Di: Robert Eggers
Con: Ralph Ineson (William, il padre), Kate Dickie (Katherine, la madre), Anya Taylor-Joy (Thomasin, la figlia maggiore)
Anno: 2015
Genere: horror (introspettivo)
Quando il finale di un film ti fa correre sul web, cercando, per svariato tempo, una spiegazione plausibile alla scena conclusiva, "well sir", per quanto mi riguarda non è un qualcosa da ricordare. Un finale vago e dispersivo non fanno di un film che gioca su un'ampia concezione della religione e della stranezza di una mente umana la classica ciliegina sulla torta. No, per nulla. E' il classico film da "underground-hipster": ricercato, fatto divinamente, lento e "dove si capisce e non si capisce; ad esempio io non c'ho capito un cazzo" (cit. Boris). Se prendi un campione di cento persone, poche avranno una spiegazione similare della scena finale, e no, non va bene. E chi ha una spiegazione che si regge su fondamenta non solide, in pochi secondi può cambiare totalmente pensiero. Nei film, personalmente, questi trucchi non mi interessano.
Già dopo pochi minuti capisci che si tratta di un film che ti metterà una tremenda angoscia, vista la mancanza di un qualsiasi colore chiaro e che riporta alla felicità. The Village 2.0. Per novanta e passa minuti è come essere chiuso in una bara. Una scelta di produzione, dove la fotografia si è basata su quello che la natura era disposta ad offrire e per la prima metà del lungometraggio, dove non è presente pathos, pesa e non poco. Sono prodotti che ti portano a farti più di un viaggio verso il frigo, tanta è la noia che ti colpisce. Un film il cui fine è quello di farti riflettere, in questo caso sui strani meccanismi della mente umana, è anche giusto che sia lento ed incentrato sul dialogo, ma in questo caso, per la prima metà, c'è un abisso, un cratere, un burrone, un canyon che ti distanzia da dove sei (noia) a dove vorresti essere (curiosità).
Il capofamiglia (Raplh Ineson) ha una voce (in lingua originale) profonda ed ipnotica, mentre la moglie (Kate Dickie) interpreta un personaggio che "è giusto che sia, però, beh". Ho letto molte recensioni osannare l'interpretazione della figlia maggiore (Anya Taylor-Joy), niente da dire, divina, ma ciò che mi ha colpito di più sono state altre due cose: la velata spensieratezza (grazie al cazzo, con il senno di poi) delle canzoni cantate dai due piccoli gemelli e l'ipnotica interpretazione di Caleb (Harvey Scrimshaw) in preda ad una crisi "mistico-epilettica" (definizione tratta da Wikipedia, fate voi).
In poche parole, la tua spiegazione al film può variare dal tipo di giornata che ti ritrovi ad affrontare. Sei stato maltrattato al lavoro? Avrai una spiegazione. Ti hanno tagliato la strada mentre attraversavi le linee? Avrai un'altra spiegazione. Ti hanno regalato quell'oggetto che tanto bramavi? Avrai un'altra spiegazione ancora. E così, all'infinito.
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Con: Ralph Ineson (William, il padre), Kate Dickie (Katherine, la madre), Anya Taylor-Joy (Thomasin, la figlia maggiore)
Anno: 2015
Genere: horror (introspettivo)
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| Foto tratta da: 123wtf.me |
Quando il finale di un film ti fa correre sul web, cercando, per svariato tempo, una spiegazione plausibile alla scena conclusiva, "well sir", per quanto mi riguarda non è un qualcosa da ricordare. Un finale vago e dispersivo non fanno di un film che gioca su un'ampia concezione della religione e della stranezza di una mente umana la classica ciliegina sulla torta. No, per nulla. E' il classico film da "underground-hipster": ricercato, fatto divinamente, lento e "dove si capisce e non si capisce; ad esempio io non c'ho capito un cazzo" (cit. Boris). Se prendi un campione di cento persone, poche avranno una spiegazione similare della scena finale, e no, non va bene. E chi ha una spiegazione che si regge su fondamenta non solide, in pochi secondi può cambiare totalmente pensiero. Nei film, personalmente, questi trucchi non mi interessano.
Già dopo pochi minuti capisci che si tratta di un film che ti metterà una tremenda angoscia, vista la mancanza di un qualsiasi colore chiaro e che riporta alla felicità. The Village 2.0. Per novanta e passa minuti è come essere chiuso in una bara. Una scelta di produzione, dove la fotografia si è basata su quello che la natura era disposta ad offrire e per la prima metà del lungometraggio, dove non è presente pathos, pesa e non poco. Sono prodotti che ti portano a farti più di un viaggio verso il frigo, tanta è la noia che ti colpisce. Un film il cui fine è quello di farti riflettere, in questo caso sui strani meccanismi della mente umana, è anche giusto che sia lento ed incentrato sul dialogo, ma in questo caso, per la prima metà, c'è un abisso, un cratere, un burrone, un canyon che ti distanzia da dove sei (noia) a dove vorresti essere (curiosità).
Il capofamiglia (Raplh Ineson) ha una voce (in lingua originale) profonda ed ipnotica, mentre la moglie (Kate Dickie) interpreta un personaggio che "è giusto che sia, però, beh". Ho letto molte recensioni osannare l'interpretazione della figlia maggiore (Anya Taylor-Joy), niente da dire, divina, ma ciò che mi ha colpito di più sono state altre due cose: la velata spensieratezza (grazie al cazzo, con il senno di poi) delle canzoni cantate dai due piccoli gemelli e l'ipnotica interpretazione di Caleb (Harvey Scrimshaw) in preda ad una crisi "mistico-epilettica" (definizione tratta da Wikipedia, fate voi).
In poche parole, la tua spiegazione al film può variare dal tipo di giornata che ti ritrovi ad affrontare. Sei stato maltrattato al lavoro? Avrai una spiegazione. Ti hanno tagliato la strada mentre attraversavi le linee? Avrai un'altra spiegazione. Ti hanno regalato quell'oggetto che tanto bramavi? Avrai un'altra spiegazione ancora. E così, all'infinito.
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