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Berlin syndrome

Di: Cate Shortland
Con: Max Riemelt (il rapitore docente), Teresa Palmer (la rapita reporter fotografa), Emma Bading (quella che perde la foto)
Anno: 2017
Genere: thriller

Foto tratta da: ritzcinema.com.au
Non sono rari i casi in cui un film, a causa di un semplice frammento ed in pochi nano secondi, muta la sua forma ai tuoi occhi. Non sono rari i casi, come già detto ma la ripetizione esigo riproporla, in cui vengono inserite delle scene senza senso o troppo forzate che ti fanno alzare gli occhi al cielo e gettare il divano o la poltrona di una sala cinematografica verso lo schermo. Questo lungometraggio australiano deve molto, in senso negativo, alla scena in cui la giovane studentessa riceve una "foto richiesta d'aiuto" ed accidentalmente la perde dopo pochi secondi alzando il quaderno. Contando l'importanza della foto e decisa ad aiutare colei che la sta chiamando per vie traverse, è umanamente impossibile che una cosa del genere succeda. Impossibile. Sono piccolezze, non si può giudicare un film da ciò, ma anche sì. E ve lo spiego: se la foto non fosse caduta, il finale sarebbe stato totalmente differente. Sì, perché la rapita lo aspetta con un piano ben preciso e lo rinchiude a sua volta. Ma se la foto non fosse caduta e lui non l'avesse notata, non sarebbe tornato a casa di corsa. Per tutto il film c'hanno fatto notare che lui rincasa la sera, no? La foto la raccoglie mentre fa il docente la mattina, no? Quindi, se tutto ciò non fosse accaduto, la rapita lo avrebbe aspettato dieci e passa ore per ricambiarli il favore? Mi sembra alquanto improbabile. Il film si fa anche guardare, un prodotto medio erroneamente sopravvalutato, ma determinate visioni proposte ti fanno fomentare come un ultras in una curva con forti tendenze politiche estreme.
Il titolo gioca molto sul parallelismo con la sindrome di Stoccolma, con questa reporter fotografica australiana (Teresa Palmer) che viene rapita da questo seducente tedesco docente d'inglese (Max Riemelt) in quel di Berlino. Vuole scoparselo, non bada tanto a dove viene portata e dopo alcune strane coincidenze scopre di essere stata rinchiusa come un canarino in una gabbia. Lui la nutre, la accudisce, la ferisce, ne abusa fotograficamente, ma lei se lo scopa nuovamente (sindrome di Stoccolma, you know?). La storia della fotografia, che se non si è capito mi ha fatto fumare il cranio e non solo, porta ad un finale idilliaco ma per nulla accettabile a livello cinematografico.
Se non ci fossero stati determinati episodi vi direi: guardatelo ma tenete bene a mente che è sopravvalutato. Visto che ci sono determinati episodi vi dico: guardatelo lo stesso ma se dovete andare a fare la spesa quando mancano quindici minuti alla fine non esitate.

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