Di: Roy Andersson
Con: Lars Nordh (il piromane con il figlio poeta in clinica), Peter Roth (il figlio poeta in clinica), X (quello a cui viene tagliato il ventre)
Anno: 2000
Genere: surreale
La difficoltà nel recensire i film di Roy Andersson non mi ha mai abbandonato. Svariate visioni, tanto amore, tante farfalle che volano nello stomaco ed una costante difficoltà nel comprenderli nella sua totalità. Ovviamente parlo dei tre lungometraggi che ha prodotto dal 2000 in poi, non dei due fatti trent'anni prima e totalmente diversi concettualmente e come messa in scena. Il regista svedese ha creato il suo mondo ed ogni tot (un'infinità) di anni ci apre la porta di casa per farcelo vedere. La casa è un castello, il più bello del mondo e ci vive in totale solitudine.
Il termine "solitudine" non è stato usato a caso, perché il cinema di Roy Andersson è questo. Non lo si può vedere con occhi diversi e tantomeno con uno sguardo positivo. Non lo si può nemmeno vedere con gli occhi di un recensore che cerca di raccontare una storia lineare e ben intuibile, intricata (aka Shutter Island) o meno (un qualsiasi lavoro di Checco Zalone) che sia, perché il regista svedese non ragiona in un modo classico. Sembra assistere ad una serie di scene sconnesse una dall'altra, tanti quadri uno dietro l'altro, che alla fine sono tutte collegate da un senso di disorientamento misto a solitudine. Quadri? Sì, prendiamo con le pinze il concetto, ma alla fine è come vedere una mostra fotografica. Una fantastica mostra fotografica. E questo, a molti puristi dell'arte cinematografica, non sembra andare giù. La staticità nella ripresa, anche se in questo lungometraggio c'è un leggero movimento di macchina verticale, può pesare ai suddetti puristi. La verità è che con il cinema dello svedese non può pesare perché c'è un'idea ben precisa di fondo, usata alla sfinimento: farci ragionare in mezzo al disorientamento.
Da notare che in tutte le righe precedenti non si è parlato nemmeno per un'istante della trama. Positivo? Negativo? A voi la scelta. Immergetevi nel mondo di RA.
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Con: Lars Nordh (il piromane con il figlio poeta in clinica), Peter Roth (il figlio poeta in clinica), X (quello a cui viene tagliato il ventre)
Anno: 2000
Genere: surreale
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| Foto tratta da: cinematographstills.tumblr.com |
Il termine "solitudine" non è stato usato a caso, perché il cinema di Roy Andersson è questo. Non lo si può vedere con occhi diversi e tantomeno con uno sguardo positivo. Non lo si può nemmeno vedere con gli occhi di un recensore che cerca di raccontare una storia lineare e ben intuibile, intricata (aka Shutter Island) o meno (un qualsiasi lavoro di Checco Zalone) che sia, perché il regista svedese non ragiona in un modo classico. Sembra assistere ad una serie di scene sconnesse una dall'altra, tanti quadri uno dietro l'altro, che alla fine sono tutte collegate da un senso di disorientamento misto a solitudine. Quadri? Sì, prendiamo con le pinze il concetto, ma alla fine è come vedere una mostra fotografica. Una fantastica mostra fotografica. E questo, a molti puristi dell'arte cinematografica, non sembra andare giù. La staticità nella ripresa, anche se in questo lungometraggio c'è un leggero movimento di macchina verticale, può pesare ai suddetti puristi. La verità è che con il cinema dello svedese non può pesare perché c'è un'idea ben precisa di fondo, usata alla sfinimento: farci ragionare in mezzo al disorientamento.
Da notare che in tutte le righe precedenti non si è parlato nemmeno per un'istante della trama. Positivo? Negativo? A voi la scelta. Immergetevi nel mondo di RA.
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