Di: Jang Hoon
Con: Song Kahn-Ho (tassista con tenuta giallo e taxi verde), Thomas Kretschmann (reporter pretenzioso), Ryu Jun-yeol (il traduttore preso per strada)
Anno: 2017
Genere: drammatico
Dobbiamo essere onesti: noi gente ancorata ad una società pacifica, almeno la maggior parte di noi, diamo un'occhiata ai paesi molto distanti con molto menefreghismo. Magari leggiamo molto, ci informiamo molto, in questo caso parliamo della Corea del Sud, ma dopo pochi istanti scordiamo tutto. E' la nostra società che quasi ce lo impone, dove un attacco terroristico a Parigi viene ricordato per mesi ed uno in Sudan, di proporzioni molto più grandi, forse nemmeno lo sentiamo nominare. Non è un bene, ce ne rendiamo conto, ma anche quest'ultimo punto dopo pochi giorni svanisce dalla nostra mente. Chi di quelli, come noi, che hanno visto tale film sapevano con esattezza la faccenda? E' arrivato al grande pubblico perché nel pubblico c'è un tocco occidentale? Sono domande che viene da chiedersi.
Kim (non fatemi ripetere come si chiama) è un tassista che si scontra con una vita cittadina in cui deve rincorrere i clienti. All'inizio ce lo propongono come un'idiota spensierato, ma già dall'arrivo a casa si capisce che è solo una facciata: moglie morta, figlia piccola ed un paio di scarpe così tanto bramato da comprare all'undicenne. Ha debiti, sfrutta una soffiata per tirare su un reporter e portarlo, a sua insaputa, in una zona affetta da legge marziale. Quello che ne consegue è una continua discesa nella vita del protagonista e della società coreana, dove tutto è contro ogni legge umana e la voglia di vedere la luce è affidata al reporter tedesco Jurgen (non fatemi ripetere come si chiama). Tratto da una storia vera, il finale è un esempio lampante di come noi vediamo i coreani e come loro, forse, non fanno nulla per scardinare questo preconcetto: gente chiusa nei loro confini, sia mentalmente che socialmente. La voglia di guardare nel proprio orto, diciamola così sia in senso positivo che negativo, quando il reporter, anche dopo anni e decenni, cerca invano di rivedere il tassista che l'ha (ha?) aiutato.
Un lungometraggio che merita di essere visto ed apprezzato per quello che è: una pagina di storia ed una critica alla storia stessa. Dalla futile commedia iniziale al dramma più puro, quasi simbolo di una società che aprì gli occhi a fatica. Così l'ho percepito, giusto o sbagliato che sia.
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Con: Song Kahn-Ho (tassista con tenuta giallo e taxi verde), Thomas Kretschmann (reporter pretenzioso), Ryu Jun-yeol (il traduttore preso per strada)
Anno: 2017
Genere: drammatico
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| Foto tratta da: dramabeans.com |
Kim (non fatemi ripetere come si chiama) è un tassista che si scontra con una vita cittadina in cui deve rincorrere i clienti. All'inizio ce lo propongono come un'idiota spensierato, ma già dall'arrivo a casa si capisce che è solo una facciata: moglie morta, figlia piccola ed un paio di scarpe così tanto bramato da comprare all'undicenne. Ha debiti, sfrutta una soffiata per tirare su un reporter e portarlo, a sua insaputa, in una zona affetta da legge marziale. Quello che ne consegue è una continua discesa nella vita del protagonista e della società coreana, dove tutto è contro ogni legge umana e la voglia di vedere la luce è affidata al reporter tedesco Jurgen (non fatemi ripetere come si chiama). Tratto da una storia vera, il finale è un esempio lampante di come noi vediamo i coreani e come loro, forse, non fanno nulla per scardinare questo preconcetto: gente chiusa nei loro confini, sia mentalmente che socialmente. La voglia di guardare nel proprio orto, diciamola così sia in senso positivo che negativo, quando il reporter, anche dopo anni e decenni, cerca invano di rivedere il tassista che l'ha (ha?) aiutato.
Un lungometraggio che merita di essere visto ed apprezzato per quello che è: una pagina di storia ed una critica alla storia stessa. Dalla futile commedia iniziale al dramma più puro, quasi simbolo di una società che aprì gli occhi a fatica. Così l'ho percepito, giusto o sbagliato che sia.
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