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The square

Di: Ruben Ostlund
Con: Claes Bang (il contemporaneo), Elisabeth Moss (la giornalista facilona), Dominic West (quello che si alza dal tavolo e che faceva The Wire)
Anno: 2017
Genere: commedia grottesca

Foto tratta da: rollingstone.it
Come già ampiamente riportato, adoro la visione cinematografica di questo regista. Analizzato giusto per prepararmi alla visione di tale Palma d'oro targata 2017, mi ha scosso così tanto, fin da Play del 2011, che vorrei averlo nel comodino come sveglia o semplice lampadina. La sua visione del cinema è prettamente scandinava, fatta di pirotecniche scene all'apparenza inutili e velate di una comicità altamente grottesca, mista ad una visione più globale, dall'utilizzo di discorsi pittoreschi e meno "chiusi in se stessi".
Christian (Claes Bang) cura un museo d'arte a Stoccolma. Districandosi tra idee contemporanee ed una giornalista (Elisabeth Moss) che le lo fa rizzare, un bel giorno viene derubato in modo astuto. Non ci sta, compie atti discutibili per avere indietro la propria merce (portafoglio e cellulare), nel frattempo scorda il ruolo di curatore e manda alla deriva la morale sia del museo che la propria. Nel caso nessuno avesse mai visto un film di tale regista, il suo cinema è all'apparenza semplice: prende un fatto apparentemente inutile e distrugge ogni sicurezza del protagonista. In questo caso quest'ultimo effettua cose che non avrebbe mai concepito di fare, dal rovistare nella spazzatura alla spinta di un bambino giù per le scale, portandolo ad una deriva quasi psicofisica. A differenza del predecessore, il must Force Majeure del 2014, Ruben Ostlund si sente in dovere di dare una spiegazione finale tramite la voce del protagonista, cosa che nel film precedente non aveva fatto e per la quale vorrei averlo sul comodino come sveglia o semplice lampadina. Il bello di tali film è che, oltre a farti ridere anche di cose raccapriccianti, ti portano al concepimento di quesiti personali che possono essere diversi da persona a persona, ed andare a produrre uno spiegone finale potrebbe falsare il risultato.
Detto ciò, siamo di fronte ad uno dei film e ad uno dei registi più brillanti dell'ultima decade. Per chi non conoscesse il cinema scandinavo, molto chiuso in se stesso, Ruben Ostlund sta cercando di portare tale visione fuori dalle mura svedesi, danesi, norvegesi, ecc. ed evitando di essere troppo nordista, ci sta riuscendo egregiamente.

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