Di: Thomas Arslan
Con: Georg Friedrich (il protagonista in piena catarsi), Tristan Globel (l'unico tedesco che si chiama Luis), non esiste nemmeno un terzo personaggio degno di nota
Anno: 2017
Genere: drammatico
Uno di quei film che sembrano spiccioli trattati psicologici e che non hanno bisogno di spiegare tutte le sfumature presenti. Non serve dire che quello è figlio di quell'altro, che quel particolare paesaggio si trova in quel preciso punto del mondo, che la macchina la si noleggia all'interno dell'aeroporto e poi ti arrangi. Tutte quelle cose di contorno, per riempire il tempo, quando non servono e che interessano poco questo lungometraggio non le esplicita. E' la storia che parla, che ti offre delle risposte anche di contorno. E questo piace. Piace molto.
Muore un padre di famiglia tedesco che non si calcola nessuno, vivendo in Norvegia da molti anni. Il figlio (George Friedrich) lascia Berlino e con il sangue del suo sangue (Tristan Globel), che non vedeva da tanto essendo separato, vola nel nord della Norvegia, noleggia una macchina, onora la morte del padre e cerca di onorare il fatto di essere un padre pure lui.
Le note nettamente positive le ho già esplicate, poiché non ne ho trovate altre degne di nota. Le interpretazioni sono favorevoli al fine della storia, anche se coinvolgono molto poco ed il premio vinto da Georg Friedrich a Berlino forse risulta leggermente eccessivo. La scena in cui i due giovani fanno amicizia provoca la caduta dei testicoli, con la parte femminile che mette in scena una recitazione degna di una sedia elettrica. Essendo un puro on the road movie, spesso il regista si prende la libertà di posizionare una camera su di un'automobile e girare per la profonda Norvegia nemmeno fosse una Google car. Belli i paesaggi, niente da dire, ma quando giri per quasi quattro minuti con camera fissa su di un Range Rover, beh, dovresti fare due parole con la tua coscienza. Lodevole il tema del lungometraggio, con molti quesiti e poche risposte dal lieto fine, ma pecca di aggressività e vivacità. Un rovescio di medaglia generazionale, dove non è detto che il peso delle scelte siano solo dalla parte del padre.
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Con: Georg Friedrich (il protagonista in piena catarsi), Tristan Globel (l'unico tedesco che si chiama Luis), non esiste nemmeno un terzo personaggio degno di nota
Anno: 2017
Genere: drammatico
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| Foto tratta da: berlinale.de |
Muore un padre di famiglia tedesco che non si calcola nessuno, vivendo in Norvegia da molti anni. Il figlio (George Friedrich) lascia Berlino e con il sangue del suo sangue (Tristan Globel), che non vedeva da tanto essendo separato, vola nel nord della Norvegia, noleggia una macchina, onora la morte del padre e cerca di onorare il fatto di essere un padre pure lui.
Le note nettamente positive le ho già esplicate, poiché non ne ho trovate altre degne di nota. Le interpretazioni sono favorevoli al fine della storia, anche se coinvolgono molto poco ed il premio vinto da Georg Friedrich a Berlino forse risulta leggermente eccessivo. La scena in cui i due giovani fanno amicizia provoca la caduta dei testicoli, con la parte femminile che mette in scena una recitazione degna di una sedia elettrica. Essendo un puro on the road movie, spesso il regista si prende la libertà di posizionare una camera su di un'automobile e girare per la profonda Norvegia nemmeno fosse una Google car. Belli i paesaggi, niente da dire, ma quando giri per quasi quattro minuti con camera fissa su di un Range Rover, beh, dovresti fare due parole con la tua coscienza. Lodevole il tema del lungometraggio, con molti quesiti e poche risposte dal lieto fine, ma pecca di aggressività e vivacità. Un rovescio di medaglia generazionale, dove non è detto che il peso delle scelte siano solo dalla parte del padre.
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