Di: Marco Bellocchio
Con: Valerio Mastandrea (capello lungo alla Miami Vice), Bérénice Bejo (l'infermiera sudamericana), Guido Caprino (il sosia di Ghemon, anzi quest'ultimo è il sosia di Caprino essendo più giovane)
Anno: 2016
Genere: drammatico
Il cinema del regista di Bobbio l'ho sempre lasciato in un cassetto, dopotutto il mondo cinematografico è così pieno di prodotti che spesso ti ritrovi a decidere tra quaranta opzioni diverse. A quanto pare, con il senno di poi, ho sempre optato per altre visioni ogni volta che si presentava la possibilità di vedere un suo film. Ed è una cosa che riesco a spiegarmi solo in parte, poiché amai Il regista di matrimoni ed apprezzai la cura storica di Vincere. La narrativa di Marco Bellocchio è molto carica e ti coinvolge quanto un libro.
Torino, anni sessanta. Massimo (Valerio Mastandrea da grande) è un bambino di nove anni che ha un cordone ombelicale che lo lega alla madre (Barbara Ronchi). Quest'ultima, a causa di una grave malattia e di una depressione bella presente, in una serata come un'altra decide di gettarsi dalla terrazza e morire. Al piccolo non viene raccontata la verità, nemmeno una volta cresciuto e con un lavoro da giornalista. Lui continua ad avere il cordone ombelicale attaccato alla morta e solo ad una certa età decide di lottare contro questo suo amore, grazie all'incontro con un'altra donna e degli avvenimenti che mettono tutto sotto un'altra prospettiva.
Bisogna essere onesti: durante i primi quaranta minuti è un film che tenta di essere mollato. Lento, noioso, poco attraente e statico. Con l'avvento del secondo ragazzino che interpreta Massimo inizia a smuoversi, per diventare un buon lungometraggio mentre viene raccontata la crescita adulta del personaggio principale. Un Valerio Mastandrea con capelli lunghi ed una messa in scena bellocchiese in grado di coinvolgere in una storia toccante, fanno planare il prodotto in qualcosa da vedere. Uno di quei film che guardi con piacere, come bere un bel thè caldo durante una qualsiasi serata: routine, niente di clamoroso, ma senti di non aver buttato tempo.
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Con: Valerio Mastandrea (capello lungo alla Miami Vice), Bérénice Bejo (l'infermiera sudamericana), Guido Caprino (il sosia di Ghemon, anzi quest'ultimo è il sosia di Caprino essendo più giovane)
Anno: 2016
Genere: drammatico
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| Tratto da: cineclandestino.it |
Torino, anni sessanta. Massimo (Valerio Mastandrea da grande) è un bambino di nove anni che ha un cordone ombelicale che lo lega alla madre (Barbara Ronchi). Quest'ultima, a causa di una grave malattia e di una depressione bella presente, in una serata come un'altra decide di gettarsi dalla terrazza e morire. Al piccolo non viene raccontata la verità, nemmeno una volta cresciuto e con un lavoro da giornalista. Lui continua ad avere il cordone ombelicale attaccato alla morta e solo ad una certa età decide di lottare contro questo suo amore, grazie all'incontro con un'altra donna e degli avvenimenti che mettono tutto sotto un'altra prospettiva.
Bisogna essere onesti: durante i primi quaranta minuti è un film che tenta di essere mollato. Lento, noioso, poco attraente e statico. Con l'avvento del secondo ragazzino che interpreta Massimo inizia a smuoversi, per diventare un buon lungometraggio mentre viene raccontata la crescita adulta del personaggio principale. Un Valerio Mastandrea con capelli lunghi ed una messa in scena bellocchiese in grado di coinvolgere in una storia toccante, fanno planare il prodotto in qualcosa da vedere. Uno di quei film che guardi con piacere, come bere un bel thè caldo durante una qualsiasi serata: routine, niente di clamoroso, ma senti di non aver buttato tempo.
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