Di: Marco Bellocchio
Con: Glauco Mauri (sicuri non fosse Gastone Moschin?), Paolo Graziosi (un mix tra l'ispettore Gadget ed un esibizionista con impermeabile), Elda Tattoli (la riverita)
Anno: 1967
Genere: commedia
Con la voglia di visionare la filmografia di un regista che ho sempre snobbato, la scelta ricadeva sempre su qualcun'altro, continua la carrellata di stronzate effettuate dal sottoscritto prima di procedere alla visione del più famoso film di Marco Bellocchio: per l'ennesima volta non mi informo su niente e lascio la parola al lungometraggio. Peccato parli male, almeno di fronte ai miei occhi, perché non è che abbia avuto una visione ben chiara di ciò che è accaduto in quasi due ore di pellicola. Rapito dalla visione, è un prodotto d'altissima qualità, alcune domande me le sono poste: era tutto un doppio senso? Che sia una pecca della sceneggiatura o della mia ignoranza? Provo un attimo a spiegare cos'ho capito ed una volta completato, quindi con scrittura in essere, andrò a leggere qualcosa.
Dove si svolge? Diciamo in una regione del centro nord italiano. Siamo all'interno di una famiglia nobile e seguiamo le vicende di tre fratelli: il professore Vittorio (Glauco Mauri) che ha l'ambizione di entrare in politica, la nullafacente Elena (Elda Tattoli) che pensa a scaldare il materasso con ospiti vari ed il più giovane Camillo (Pierluigi Aprà) con forti ideali politici ed una verginità malcelata nei confronti della vita. Con l'innesto dell'aiuto politico Carlo (Paolo Graziosi), le storie si intrecciano tra scambi di coppie e secondi fini, dove regna più un opportunismo ai danni della nobile famiglia che una voglia di vivere una vita piena di felicità e di amore. Si celebrano i forzati matrimoni ed il più giovane della famiglia, quello con forti idee politiche, aizza dei cani contro il fratello maggiore mentre, imbarazzato ed impacciato, effettua un comizio.
Vado a leggere ... beh sì, dai, l'avevo colto nella sua totalità. Potrei quasi andare a cancellare la prima parte di questo articolo, non rispecchia la realtà con il senno del poi, ma è meglio lasciarla al fine di ricordare che un pelo spiazzato mi ero ritrovato (sono diventato siculo) alla conclusione della pellicola. Quest'ultima, sempre tramite i miei occhi, ha una presenza che non mi ha lasciato in pace per nemmeno un minuto: ogni volta che Glauco Mauri entrava in scena, parlando o ridendo, mi tornava alla mente Gastone Moschin, poiché la mimica era così tanto uguale quasi da sembrare la stessa persona. Pur lasciandoti con idee non molto chiare una volta finito, tale lungometraggio è una prelibatezza per la vista: un bianco e nero che sembra colorato da quanto l'ha fatto parlare bene il regista, contornato da distinte recitazioni dove la verve del protagonista maschile ha una marcia in più. Alcune brevi carrellate ti rapiscono il cuore, come la scena in cui i bambini vanno a trovare il prete o quella del primo comizio in piazza andato a facili costumi. Meritatamente premiato a Venezia cinquant'anni fa ed all'interno troverete un Alessandro Haber ventenne e facilmente riconoscibile. Un prodotto da capire nelle sue sfumature, quasi d'elite.
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Con: Glauco Mauri (sicuri non fosse Gastone Moschin?), Paolo Graziosi (un mix tra l'ispettore Gadget ed un esibizionista con impermeabile), Elda Tattoli (la riverita)
Anno: 1967
Genere: commedia
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| Foto tratta da: cinema.everyeye.it |
Dove si svolge? Diciamo in una regione del centro nord italiano. Siamo all'interno di una famiglia nobile e seguiamo le vicende di tre fratelli: il professore Vittorio (Glauco Mauri) che ha l'ambizione di entrare in politica, la nullafacente Elena (Elda Tattoli) che pensa a scaldare il materasso con ospiti vari ed il più giovane Camillo (Pierluigi Aprà) con forti ideali politici ed una verginità malcelata nei confronti della vita. Con l'innesto dell'aiuto politico Carlo (Paolo Graziosi), le storie si intrecciano tra scambi di coppie e secondi fini, dove regna più un opportunismo ai danni della nobile famiglia che una voglia di vivere una vita piena di felicità e di amore. Si celebrano i forzati matrimoni ed il più giovane della famiglia, quello con forti idee politiche, aizza dei cani contro il fratello maggiore mentre, imbarazzato ed impacciato, effettua un comizio.
Vado a leggere ... beh sì, dai, l'avevo colto nella sua totalità. Potrei quasi andare a cancellare la prima parte di questo articolo, non rispecchia la realtà con il senno del poi, ma è meglio lasciarla al fine di ricordare che un pelo spiazzato mi ero ritrovato (sono diventato siculo) alla conclusione della pellicola. Quest'ultima, sempre tramite i miei occhi, ha una presenza che non mi ha lasciato in pace per nemmeno un minuto: ogni volta che Glauco Mauri entrava in scena, parlando o ridendo, mi tornava alla mente Gastone Moschin, poiché la mimica era così tanto uguale quasi da sembrare la stessa persona. Pur lasciandoti con idee non molto chiare una volta finito, tale lungometraggio è una prelibatezza per la vista: un bianco e nero che sembra colorato da quanto l'ha fatto parlare bene il regista, contornato da distinte recitazioni dove la verve del protagonista maschile ha una marcia in più. Alcune brevi carrellate ti rapiscono il cuore, come la scena in cui i bambini vanno a trovare il prete o quella del primo comizio in piazza andato a facili costumi. Meritatamente premiato a Venezia cinquant'anni fa ed all'interno troverete un Alessandro Haber ventenne e facilmente riconoscibile. Un prodotto da capire nelle sue sfumature, quasi d'elite.
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