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Nome di donna

Di: Marco Tullio Giordana
Con: Cristiana Capotondi (non ha più vent'anni ma sembra averne diciotto), Stefano Scandaletti (un personaggio che ti istiga a lasciare la sala), Valerio Binasco (secondo me si è scritto da solo la biografia su Wikipedia)
Anno: 2018
Genere: drammatico

Foto tratta da: youtube.com
A distanza di sei anni, Marco Tullio Giordana torna a farci sfogliare un riassunto di un libro di storia. Sì, perché in fin dei conti è questo il suo stile cinematografico: ci racconta una storia dall'inizio alla fine, proprio come un riassunto storico, senza offrirci nulla in più. In passato toccò temi molto interessanti, dalla mafia alle stragi, che furono in grado di oltrepassare questa sua limitazione tramite il tema stesso. Anche in questo lungometraggio c'è un tema importante, probabilmente il più importante, ma a differenza dei precedenti è un qualcosa di molto personale ed intimo e lui non lo tratta con le pinze giuste, cioè quelle dello studio sotto delle prospettive differenti e meno scontate.
Piccolo paesino lombardo, dove più o meno tutti si conoscono. Nina (Cristiana Capotondi) ha una figlia a carico, una storia andata male, una in divenire ma con voglia di indipendenza economica, quindi decide di approdare nel paesino. Finisce a fare la badante in una rinomata clinica ma incappa nelle molestie del direttore. Si batte, denuncia l'accaduto, trova l'omertà ma alla fine vince una causa sacrosanta.
Con il senno del poi, ci sarebbe voluto poco per far diventare questo lungometraggio un prodotto più che decente: delle sottolineature diverse, dei punti di vista più marcati, meno discriminazione del gesto ma più cura dei sentimenti provocati da quel gesto. Il prodotto sembra voler correre per arrivare al traguardo in tempo, un traguardo dove la giustizia vince, il bastardo subisce la pena e lo spettatore esce contento dalla sala. Il tema è troppo delicato e forse non siamo ancora pronti, specialmente in un periodo del genere, di analizzarlo sotto varie prospettive e non solo quella del vedere che tutto si risolve a mazzi di fiori. Oltre a ciò, lasciano a desiderare un paio di interpretazioni e quell'infinità di riprese dall'alto spesso inutili. Se in sei anni è uscito un prodotto così pieno di pecche, immaginatevi se ne avesse avuti solamente la metà.

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