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Leviathan

Di: Andrej Zvjagincev
Con: Aleksej Serebrjakov (sembra uno svedese con carattere), Elena Ljadova (quella che muore con la coscienza sporca), Roman Madjanov (la commedia dentro la cattiveria)
Anno: 2014
Genere: drammatico

Foto tratta da: MDPI.com
Alle volte si pensa che determinate situazioni vengano a galla, o si presentino, proprio nel momento sbagliato. Con il senno del poi ci ripensi e quella visione delle cose cambia totalmente forma: da momento sbagliato diventa momento idilliaco. Per quanto mi riguarda ho vissuto questi sentimenti con tale film, che per motivi extra cinematografici sono stato in grado di completare solamente in quasi due settimane. E forse è il motivo per cui l'ho apprezzato così tanto, lo considero una specie di punto di riferimento, perché guardandolo un po' alla volta sono stato in grado di farmi dei frame mentali ben precisi in mente. Ed è un film che li richiede, grazie ad una messa in scena che ti fa venire voglia di essere in quei posti, anche se dopo due giorni probabilmente troverai il suicidio a causa di una forte depressione.
Ora non ricordo bene dove si svolge il film, diciamo in una zona dispersa, molto dispersa, della Russia estrema dove le abitazioni distano svariati chilometri una dall'altra. Un concetto un pelo esagerato ma poco distante dalla realtà. Viviamo delle giornate di una famiglia, padre/(non la vera)madre/figlio che si trovano costretti ad abbandonare la propria casa a causa di un potere politico insormontabile. Un amico avvocato viene in soccorso, ma al posto di portare gioia porta disastro, andando a letto con la donna e minacciando l'esponente di spicco ricevendo in cambio solamente una grande menata. La donna, con la coscienza sporca, si toglie la vita o viene uccisa (voglio viverla così, nel dubbio, anche se viene spiegato chiaramente che non si è trattato di suicidio).
Bellissimo, fantastico, sublime. Tale regista lo amo, ti fa vivere le storie in un modo totalmente unico. Regna sempre questa malinconia, questa voglia di vedere il mondo dal punto più estremo della solitudine umana, rapportando il tutto alla bellezza di una natura quasi incontaminata. E la forza del film è proprio quest'ultima, dove ad ogni ripresa ti viene il magone per via della bellezza delle immagini prodotte. Che sia la bravura del regista o la bellezza di determinati luoghi così esterni alla nostra società da sembrare quasi non nostri? Direi un mix dei due, anche se il primo fattore lo vedo dominante. Il finale, come in Loveless per dire, non è per nulla felice o in grado di lasciare delle tracce positive, lasciandoti per parecchio tempo a pensare su cosa nella vita conta e non conta. Ho avuto un'altra visione e non è certo a causa del prete presente nel lungometraggio.

O.T.T. (over the top)

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