Di: Matteo Garrone
Con: Ernesto Mahieux (il più bel nano del cinema italiano), Valerio Foglia Manzillo (un cane che non offre grattacapi), Marcella Granito (la prima fidanzata che si dissolve nel nulla)
Anno: 2002
Genere: drammatico
*interpretazione magistrale di Ernesto Mahieux*
Non saprei da dove partire. Questo lungometraggio mi ha talmente scosso che trovo difficoltà nell'iniziare il discorso. Mi ha così sconvolto che mi sono offeso più e più volte durante la visione: "Coglione, perché c'hai messo così tanto a guardarlo"? Eh, perché? A saperlo, poiché i film di Matteo Garrone li ho trovati sempre indagatori al punto giusto, un qualcosa che ammiro. La verità è che l'ho preso in mano poiché il suo film di prossima uscita, Dogman, mi ha fatto maggiormente indagare sulle opere del regista romano. E spulciando a destra e a manca sono incappato in questo prodotto del 2002, che non si discosta così tanto da quello di prossima uscita.
Periferia di Napoli, un luogo che nel film viene sempre fatto vedere come abbandonato. Peppino (Ernesto Mahieux) è un tassidermista nano, subdolo omosessuale e completamente solo. Un giorno si impunta con Valerio (Valerio Foglia Manzillo), riuscendolo a farlo venire a lavorare da lui e promettendogli il mondo. Tra un giro con prostitute e regali su regali, per conto della camorra i due approdano a Cremona. In Lombardia il giovane trova l'amore, se lo porta a Napoli e questo, con il passare del tempo, porta Peppino al delirio più completo. Il tutto finisce con una pistola, un colpo ed una macchina che viene gettata in acqua.
La cosa che mi ha maggiormente colpito è che è liberamente tratto da un fatto di cronaca: il nano era romano e non napoletano, come la morte non avvenì su di una macchina ma tramite l'uso di un foulard stretto al collo da parte del giovane. La contrapposizione tra i due protagonisti è un qualcosa di magnifico: per tutta la durata del lungometraggio pensi a quanto il più giovane subisca la presenza del più vecchio senza capire, per poi passare ad uno stato di malinconia nel capire che la vita del più anziano è sempre stata un'agonia per questa sua indole perversa ed utopistica in un luogo proibito e nella sua particolare situazione. Il legame con la camorra, il particolare lavoro che fa, la sua condizione da nano ti distolgono dalla sua vera natura. Le scene finali, dove Peppino effettua movimenti palesemente da ossessionato, ribaltano completamente la visione che si ha del personaggio. Poesia, pura poesia, come la messa in scena del regista: solitaria, isolata, tetra, nell'ombra, noir ma senza del bianco e nero, per nulla amorevole. Sceneggiatura che non perde un colpo, mai, anche in quelle scene di contorno che fanno polpa. Sarebbe da bussare alla porta delle persone e dire: "Avete presente quello di Gomorra? Ecco (allungando un DVD), guardatevi pure questo". Culto istantaneo, in attesa del suo successore.
*interpretazione magistrale di Ernesto Mahieux*
O.T.T. (over the top)
Con: Ernesto Mahieux (il più bel nano del cinema italiano), Valerio Foglia Manzillo (un cane che non offre grattacapi), Marcella Granito (la prima fidanzata che si dissolve nel nulla)
Anno: 2002
Genere: drammatico
![]() |
| Foto tratta da: lascimmiapensa.com |
Non saprei da dove partire. Questo lungometraggio mi ha talmente scosso che trovo difficoltà nell'iniziare il discorso. Mi ha così sconvolto che mi sono offeso più e più volte durante la visione: "Coglione, perché c'hai messo così tanto a guardarlo"? Eh, perché? A saperlo, poiché i film di Matteo Garrone li ho trovati sempre indagatori al punto giusto, un qualcosa che ammiro. La verità è che l'ho preso in mano poiché il suo film di prossima uscita, Dogman, mi ha fatto maggiormente indagare sulle opere del regista romano. E spulciando a destra e a manca sono incappato in questo prodotto del 2002, che non si discosta così tanto da quello di prossima uscita.
Periferia di Napoli, un luogo che nel film viene sempre fatto vedere come abbandonato. Peppino (Ernesto Mahieux) è un tassidermista nano, subdolo omosessuale e completamente solo. Un giorno si impunta con Valerio (Valerio Foglia Manzillo), riuscendolo a farlo venire a lavorare da lui e promettendogli il mondo. Tra un giro con prostitute e regali su regali, per conto della camorra i due approdano a Cremona. In Lombardia il giovane trova l'amore, se lo porta a Napoli e questo, con il passare del tempo, porta Peppino al delirio più completo. Il tutto finisce con una pistola, un colpo ed una macchina che viene gettata in acqua.
La cosa che mi ha maggiormente colpito è che è liberamente tratto da un fatto di cronaca: il nano era romano e non napoletano, come la morte non avvenì su di una macchina ma tramite l'uso di un foulard stretto al collo da parte del giovane. La contrapposizione tra i due protagonisti è un qualcosa di magnifico: per tutta la durata del lungometraggio pensi a quanto il più giovane subisca la presenza del più vecchio senza capire, per poi passare ad uno stato di malinconia nel capire che la vita del più anziano è sempre stata un'agonia per questa sua indole perversa ed utopistica in un luogo proibito e nella sua particolare situazione. Il legame con la camorra, il particolare lavoro che fa, la sua condizione da nano ti distolgono dalla sua vera natura. Le scene finali, dove Peppino effettua movimenti palesemente da ossessionato, ribaltano completamente la visione che si ha del personaggio. Poesia, pura poesia, come la messa in scena del regista: solitaria, isolata, tetra, nell'ombra, noir ma senza del bianco e nero, per nulla amorevole. Sceneggiatura che non perde un colpo, mai, anche in quelle scene di contorno che fanno polpa. Sarebbe da bussare alla porta delle persone e dire: "Avete presente quello di Gomorra? Ecco (allungando un DVD), guardatevi pure questo". Culto istantaneo, in attesa del suo successore.
*interpretazione magistrale di Ernesto Mahieux*
O.T.T. (over the top)

Commenti
Posta un commento