Di: Claudio Caligari
Con: Luca Marinelli (il borgataro che non riesce ad uscirne), Alessandro Borghi (il borgataro che riesce ad uscirne), Alessandro Bernardini (l'addetto allo smistamento nella borgata)
Anno: 2015
Genere: drammatico
Un punto superficiale a favore di tale lungometraggio è quello di farti rivivere gli anni novanta, dalle macchine utilizzate alla costante visione di banconote in lire. Per cento minuti ti immergi in un altro tempo, ricordandoti vecchi scorci del passato in una storia tanto banale quanto commovente. Con le giuste proporzioni, pur trattando un tema con sfaccettature differenti, i personaggi principali (in particolar modo Luca Marinelli) riportano ad un immaginario simile a "L'odio" di Mathieu Kassovitz: volti scavati, precisi, smussati e che rappresentano una difficile vita di periferia.
Nelle borgate di Ostia vivono Cesare (Luca Marinelli) e Vittorio (Alessandro Borghi), amici da una vita. Sono giovani, non lavorano se non tramite attività criminali legate alla droga e si godono la vita in compagnia di alcool, droghe e del sano romanesco. Tramite una visione post assunzione di droghe, Vittorio decide di cambiare vita, lavorare in modo onesto e farsi una famiglia. Nonostante delle ricadute riesce nell'intento, a differenza dell'amico di una vita che non ha la forza per lasciarsi alle spalle tutto ciò che la vita gli aveva offerto fino a quel momento. Derubato del fratello non di sangue, lasciato da solo nelle fogne di una borgata difficile, compie gesti poco sensati fino a trovare la morte.
Mi sono ritrovato a rivalutare più volte il film durante la visione: semplice ma guarda come lo racconta bene; banale ma guarda che interpretazioni; che finale stupido ma totalmente inaspettato. Mi trovo in difficoltà a spiegarlo, ma sono arrivato alla conclusione che tale lungometraggio trova la forza nello screditare la banalità della vita. Prendiamo ad esempio il finale: in qualsiasi altro film te lo aspetti che arrivi il bambino dal morto, giusto per ricordarlo, ma in questo non l'avevo nemmeno concepito. E' la storia che ti porta a non pensare oltre a ciò che vedi in quel preciso momento, essendo ben poco di prospettiva e rinchiusa in una scatola di borgata senza sbocchi. Anche se il personaggio che ne esce trova una redenzione morale, alla fine dei conti non esce dal piccolo mondo di povertà in cui vive. Non è una storia che l'ho letta come di prospettiva, questo mi sento di dire. E questo probabilmente era pure l'intento di Claudio Caligari, regista amante della realtà senza tanti fronzoli, che c'ha lasciato con quest'ultima opera rappresentativa del vero come le precedenti.
+
Con: Luca Marinelli (il borgataro che non riesce ad uscirne), Alessandro Borghi (il borgataro che riesce ad uscirne), Alessandro Bernardini (l'addetto allo smistamento nella borgata)
Anno: 2015
Genere: drammatico
![]() |
| Foto tratta da: cgentertainment.it |
Nelle borgate di Ostia vivono Cesare (Luca Marinelli) e Vittorio (Alessandro Borghi), amici da una vita. Sono giovani, non lavorano se non tramite attività criminali legate alla droga e si godono la vita in compagnia di alcool, droghe e del sano romanesco. Tramite una visione post assunzione di droghe, Vittorio decide di cambiare vita, lavorare in modo onesto e farsi una famiglia. Nonostante delle ricadute riesce nell'intento, a differenza dell'amico di una vita che non ha la forza per lasciarsi alle spalle tutto ciò che la vita gli aveva offerto fino a quel momento. Derubato del fratello non di sangue, lasciato da solo nelle fogne di una borgata difficile, compie gesti poco sensati fino a trovare la morte.
Mi sono ritrovato a rivalutare più volte il film durante la visione: semplice ma guarda come lo racconta bene; banale ma guarda che interpretazioni; che finale stupido ma totalmente inaspettato. Mi trovo in difficoltà a spiegarlo, ma sono arrivato alla conclusione che tale lungometraggio trova la forza nello screditare la banalità della vita. Prendiamo ad esempio il finale: in qualsiasi altro film te lo aspetti che arrivi il bambino dal morto, giusto per ricordarlo, ma in questo non l'avevo nemmeno concepito. E' la storia che ti porta a non pensare oltre a ciò che vedi in quel preciso momento, essendo ben poco di prospettiva e rinchiusa in una scatola di borgata senza sbocchi. Anche se il personaggio che ne esce trova una redenzione morale, alla fine dei conti non esce dal piccolo mondo di povertà in cui vive. Non è una storia che l'ho letta come di prospettiva, questo mi sento di dire. E questo probabilmente era pure l'intento di Claudio Caligari, regista amante della realtà senza tanti fronzoli, che c'ha lasciato con quest'ultima opera rappresentativa del vero come le precedenti.
+

Commenti
Posta un commento