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You were never really here

Di: Lynee Ramsay
Con: Joaquin Phoenix (il protagonista fuori forma), Ekaterina Samsonov (la giovane innocente), Alessandro Nivola (il governatore che fa una brutta fine)
Anno: 2017
Genere: thriller

Foto tratta da: irishtimes.com
Dopo due anni di inattività, diciamola così, l'attore originario di San Juan è tornato a palesarsi al grande pubblico. Da svariati anni a questa parte quando leggiamo il nome di Joaquin Phoenix ci viene l'istinto di guardare il lungometraggio, qualsiasi esso sia, poiché i ruoli estremi che interpreta questo personaggio particolare sono all'ordine del giorno. Her sembra quasi una macchia nella sua carriera cinematografica degli ultimi dieci anni, anche se a dir la verità pure il ruolo di Theodore Twombly non scherzave in fatto di stranezza. Forse però era più l'ambiente esterno a renderlo strano, vabbè, lasciamo perdere. Il nome della regista l'ho spulciato solamente in fase di recensione, quindi già da questo dettaglio si può capire quanto il singolo attore sia in grado di attirare l'attenzione.
Joe (Joaquin Phoenix) è un ex agente speciale trasformatosi in sicario per cause nobili. Non ha molta voglia di vivere, non trova un senso a tutto nonostante il nobile scopo e più volte al giorno cerca ed immagina modi per farla finita a causa di un disturbo post lotte sul campo. Tramite metodi brutali e senza alcun rancore raggiunge lo scopo nobile richiesto lasciandosi dietro infinite scie di sangue. Un giorno si trova dentro un gioco più grande di lui e con nemmeno tutte le forze cerca di uscirci.
Appena partito il film ho pensato: "Cristo, quanto è ingrassato"? Mi ha dato la stessa impressione di Claudio Santamaria in Mi chiamavano Jeeg Robot: il mangiare eccessivamente non ha seguito di pari passo il lavoro in palestra. Il film è prevalentemente grottesco e le varie modalità con cui cerca di capire come morire sono al limite della satira inglese. Lui è la forza del film, senza non ci sarebbe stato alcun giudizio positivo, essendo di fronte alla macchina da presa quasi sempre. Il contorno è funzionale alla stranezza del personaggio, che ti accompagna in un mondo di tristezza, nessuna prospettiva e della finta (l'ho vista così) morale. Il finale non l'ho letto come una voglia di cambiare vita ma come un fatto naturale che il protagonista seguirà senza tanto pensarci e senza tanti obiettivi. Al limite del surreale la modalità della morte della madre ed il suo successivo funerale (vedi foto).

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