Di: Michel Franco
Con: Tim Roth (il protagonista che prende le sembianze dei pazienti), Rachel Pickup (la paziente che muore), Michael Cristofer (il capo dell'E-Corp di Mr. Robot)
Anno: 2015
Genere: drammatico
Determinati lungometraggi meritano di essere visti anche solo per il tema che trattano. In questo discorso parliamo del quarto lungometraggio del regista messicano Michel Franco, dove cerca di indagare sui sentimenti di un infermiere a domicilio i cui suoi clienti sono pazienti con malattie terminali. Non lo propone con una patina di costante depressione ma con quella di un protagonista che vive il tutto con naturale tristezza. Il particolare in cui dice a persone terze di essere chi non è, riprendendo le mansioni o i rapporti dei propri pazienti, fanno capire fin da subito dove vuole andare a parare il film.
David (Tim Roth) è un solitario infermiere a domicilio. All'inizio lo vediamo assistere la povera Sarah (Rachel Pickup) che nel giro di poche inquadrature muore, così successivamente si sposta nell'abitazione di John (Michael Cristofer) e famiglia. In quest'ultimo luogo, con il passare del tempo e con sguardi non indagatori, viene accusato di molestie sessuali ed ingiustamente allontanato. Quasi in segno di redenzione, anche se non necessaria, assiste Martha (Robin Barlett, vedi foto) tramite l'eutanasia. Nel mezzo una storia famigliare che si coglie ma che allo stesso tempo viene lasciata misteriosa.
A conti fatti una delle migliori interpretazioni del Tim Roth oltre i cinquant'anni d'età. Offrendo un personaggio quasi inespressivo, non viene mai pervaso da della sana vitalità, sembra quasi interpretare il prototipo di infermiere per tali situazioni: presente, attento all'ascolto, assertivo ma senza esternazioni, positive o negative, per il rispetto del/della paziente. La forza del prodotto è la sceneggiatura, giustamente premiata a Cannes, dove il regista (sì, autore pure della sceneggiatura) ti fa entrare nel clima giusto e senza sbavature. Anche nelle scene di riavvicinamento alla famiglia persa, specialmente con una figlia contenta di rivederlo, non si cade mai nel banale ed il personaggio che vediamo al lavoro è uguale a quello della vita di tutti i giorni. Forse con più insicurezze, ecco, quello lontano dal lavoro. Il finale mi ha lasciato con l'amaro in bocca, poiché la morte voluta (si nota che guarda la strada ma prosegue nella corsa) sembra voler dire: ha accettato l'eutanasia ma poi se ne è pentito. In verità magari può essere vista sotto un'altra prospettiva, del tipo che l'eutanasia è stato il tassello finale in una vita in cui ha perso tutto, ma non avendo letto alcuna intervista effettuata al regista posso fare solo supposizioni. Di certo non è un film da farsi scappare, nonostante a livello visivo non sia niente di rilevante. Un tema che fa pensare, un tema che merita rispetto.
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Con: Tim Roth (il protagonista che prende le sembianze dei pazienti), Rachel Pickup (la paziente che muore), Michael Cristofer (il capo dell'E-Corp di Mr. Robot)
Anno: 2015
Genere: drammatico
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| Foto tratta da: sharethefiles.com |
David (Tim Roth) è un solitario infermiere a domicilio. All'inizio lo vediamo assistere la povera Sarah (Rachel Pickup) che nel giro di poche inquadrature muore, così successivamente si sposta nell'abitazione di John (Michael Cristofer) e famiglia. In quest'ultimo luogo, con il passare del tempo e con sguardi non indagatori, viene accusato di molestie sessuali ed ingiustamente allontanato. Quasi in segno di redenzione, anche se non necessaria, assiste Martha (Robin Barlett, vedi foto) tramite l'eutanasia. Nel mezzo una storia famigliare che si coglie ma che allo stesso tempo viene lasciata misteriosa.
A conti fatti una delle migliori interpretazioni del Tim Roth oltre i cinquant'anni d'età. Offrendo un personaggio quasi inespressivo, non viene mai pervaso da della sana vitalità, sembra quasi interpretare il prototipo di infermiere per tali situazioni: presente, attento all'ascolto, assertivo ma senza esternazioni, positive o negative, per il rispetto del/della paziente. La forza del prodotto è la sceneggiatura, giustamente premiata a Cannes, dove il regista (sì, autore pure della sceneggiatura) ti fa entrare nel clima giusto e senza sbavature. Anche nelle scene di riavvicinamento alla famiglia persa, specialmente con una figlia contenta di rivederlo, non si cade mai nel banale ed il personaggio che vediamo al lavoro è uguale a quello della vita di tutti i giorni. Forse con più insicurezze, ecco, quello lontano dal lavoro. Il finale mi ha lasciato con l'amaro in bocca, poiché la morte voluta (si nota che guarda la strada ma prosegue nella corsa) sembra voler dire: ha accettato l'eutanasia ma poi se ne è pentito. In verità magari può essere vista sotto un'altra prospettiva, del tipo che l'eutanasia è stato il tassello finale in una vita in cui ha perso tutto, ma non avendo letto alcuna intervista effettuata al regista posso fare solo supposizioni. Di certo non è un film da farsi scappare, nonostante a livello visivo non sia niente di rilevante. Un tema che fa pensare, un tema che merita rispetto.
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