Di: Gianfranco Rosi
Con: Samuele Pucillo (il fromboliere), Pietro Barolo (il medico che non trova il secondo feto), Giuseppe Fragapane (il conduttore radiofonico)
Anno: 2016
Genere: documentario
Non ne sono ancora convinto, quindi mi ripongo la domanda: "Si tratta di un documentario o di un lungometraggio drammatico"? Di solito i confini sono ben delineati, ma in questo caso sembra più il secondo che il primo. Allora direte, giustamente, perché l'ho catalogato come documentario?! Perchè alla fine dei conti porta sullo schermo una storia che trasuda realtà, magari leggermente ricamata ma pur sempre reale, quindi si distanzia di un bel pezzo dal concetto di film drammatico. Sbaglierò, sicuro: il mio cervello lo vede come film drammatico ma la coscienza mi dice di catalogarlo come documentario.
Ci troviamo a Lampedusa e siamo in compagnia del tema sempre caldo dell'immigrazione. Quest'ultima sembra solo un contorno per raccontare la storia di una città che vive tramite queste accoglienze. L'abbandono ad una vita solitaria, come la terra da parte dello Stato, viene rappresentata tramite l'infanzia del giovane Samuele Pucillo, dove spicca il contrasto tra la sua iperattività e lo staccamento della terra in cui vive. Nella terra non sembra esserci socializzazione, dall'anziana che pensa a dare il caffè al marito al conduttore radiofonico che riceve richieste "da Radio Maria".
In un periodo storico in cui la xenofobia è all'ordine del giorno, tale documentario è un colpo allo stomaco per la morale delle persone. La vita di Gianfranco Rosi, vissuto per i primi dodici anni in Eritrea, permette al regista di documentare con occhi non totalmente italiani il tutto. Non si può provare pietà per una Lampedusa così raccontata, anche se sicuramente non rappresenta fedelmente la realtà, e per la cadaverica esistenza dei residenti. Il regista ci mette del suo a farti entrare in un mood depressivo, dalle continue e fantastiche riprese notturne su navi enormi ai racconti del dottore Pietro Barolo. Rispecchia la realtà? Se sì, facciamoci due domande e diamoci due risposte. La verità però è sempre la solita: l'esistenza è breve e se non hai a che fare con tali questioni ci resti male per qualche oretta e poi torni a vivere la tua tranquilla e monotona vita. E questo il regista lo capisce, infatti non mi sembra di aver letto tra le righe una prospettiva positiva di tutto quello che ha portato a schermo. Il ragazzino protagonista fa ridere anche in un contesto in cui c'è poco da ridere, grazie alla sua schiettezza e costante curiosità, sperando di non vederlo cadere nell'oblio come suoi simili nei decenni passati. Un racconto nudo e crudo, pur vedendo ben poca crudeltà.
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Con: Samuele Pucillo (il fromboliere), Pietro Barolo (il medico che non trova il secondo feto), Giuseppe Fragapane (il conduttore radiofonico)
Anno: 2016
Genere: documentario
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| Foto tratta da: tvzap.kataweb.it |
Ci troviamo a Lampedusa e siamo in compagnia del tema sempre caldo dell'immigrazione. Quest'ultima sembra solo un contorno per raccontare la storia di una città che vive tramite queste accoglienze. L'abbandono ad una vita solitaria, come la terra da parte dello Stato, viene rappresentata tramite l'infanzia del giovane Samuele Pucillo, dove spicca il contrasto tra la sua iperattività e lo staccamento della terra in cui vive. Nella terra non sembra esserci socializzazione, dall'anziana che pensa a dare il caffè al marito al conduttore radiofonico che riceve richieste "da Radio Maria".
In un periodo storico in cui la xenofobia è all'ordine del giorno, tale documentario è un colpo allo stomaco per la morale delle persone. La vita di Gianfranco Rosi, vissuto per i primi dodici anni in Eritrea, permette al regista di documentare con occhi non totalmente italiani il tutto. Non si può provare pietà per una Lampedusa così raccontata, anche se sicuramente non rappresenta fedelmente la realtà, e per la cadaverica esistenza dei residenti. Il regista ci mette del suo a farti entrare in un mood depressivo, dalle continue e fantastiche riprese notturne su navi enormi ai racconti del dottore Pietro Barolo. Rispecchia la realtà? Se sì, facciamoci due domande e diamoci due risposte. La verità però è sempre la solita: l'esistenza è breve e se non hai a che fare con tali questioni ci resti male per qualche oretta e poi torni a vivere la tua tranquilla e monotona vita. E questo il regista lo capisce, infatti non mi sembra di aver letto tra le righe una prospettiva positiva di tutto quello che ha portato a schermo. Il ragazzino protagonista fa ridere anche in un contesto in cui c'è poco da ridere, grazie alla sua schiettezza e costante curiosità, sperando di non vederlo cadere nell'oblio come suoi simili nei decenni passati. Un racconto nudo e crudo, pur vedendo ben poca crudeltà.
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