Di: Juuka-Pekka Siili
Con: Teemu Selanne, famiglia, amici, conoscenti e compagnia cantante
Anno: 2013
Genere: documentario
Dalla visione di tale lungometraggio si intuisce una cosa: se al prodigio finnico non fosse andata bene con lo sport, sarebbe stato un grosso grattacapo per la famiglia. Viene rappresentato come un ragazzone viziato, sempre al centro del cerchio, e che, al di fuori del suo mondo hockeystico, delega tutto agli altri. Un modo di fare che deriva dalla sua precoce fama, dopotutto già da giovane era considerato un mezzo Dio, quindi la colpa andrebbe data pure all'ambiente che l'ha creato. Forse sono troppo severo, forse mi ha stupito troppo tale prospettiva, ma il documentario mi ha rilasciato tali emozioni. Un modo di vederlo che mi ha lasciato abbastanza perplesso, poiché la sua perfetta morale sportiva me l'ha sempre fatto vedere come un esempio da seguire. Un uomo che se avesse perso la strada che l'ha fatto diventare grande, beh, forse non avrebbe vissuto con un perenne sorriso. O forse sì, magari tramite l'uso di qualche sostanza stupefacente. Lancio questa rivedibile battuta e provocazione perché nel documentario si parla molto anche della famiglia del giocatore, dai genitori divorziati ai due fratelli, uno con problemi di droga e l'altro praticamente servo del più famoso dei tre, alla moglie da cui dipende. Tra figli ribelli e routine ginnica da fare invidia, pazzesco il modo in cui persevera con lo stretching, viene ripercorsa tutta la sua carriera sia dentro che fuori dal ghiaccio. Un tipo che sotto sotto continua a voler essere ribelle senza pensieri, dal fatto di praticare rally sotto mentite spoglie al non dare importanza agli acciacchi che lo fanno alzare storto ogni mattina. Un documentario che trasuda amore per la disciplina e status sociale da persona/famiglia arrivata. Visione consigliata anche per i non amanti dell'hockey su ghiaccio, poiché racconta una storia più ampia.
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Con: Teemu Selanne, famiglia, amici, conoscenti e compagnia cantante
Anno: 2013
Genere: documentario
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| Foto tratta da: yle.fi |
Dalla visione di tale lungometraggio si intuisce una cosa: se al prodigio finnico non fosse andata bene con lo sport, sarebbe stato un grosso grattacapo per la famiglia. Viene rappresentato come un ragazzone viziato, sempre al centro del cerchio, e che, al di fuori del suo mondo hockeystico, delega tutto agli altri. Un modo di fare che deriva dalla sua precoce fama, dopotutto già da giovane era considerato un mezzo Dio, quindi la colpa andrebbe data pure all'ambiente che l'ha creato. Forse sono troppo severo, forse mi ha stupito troppo tale prospettiva, ma il documentario mi ha rilasciato tali emozioni. Un modo di vederlo che mi ha lasciato abbastanza perplesso, poiché la sua perfetta morale sportiva me l'ha sempre fatto vedere come un esempio da seguire. Un uomo che se avesse perso la strada che l'ha fatto diventare grande, beh, forse non avrebbe vissuto con un perenne sorriso. O forse sì, magari tramite l'uso di qualche sostanza stupefacente. Lancio questa rivedibile battuta e provocazione perché nel documentario si parla molto anche della famiglia del giocatore, dai genitori divorziati ai due fratelli, uno con problemi di droga e l'altro praticamente servo del più famoso dei tre, alla moglie da cui dipende. Tra figli ribelli e routine ginnica da fare invidia, pazzesco il modo in cui persevera con lo stretching, viene ripercorsa tutta la sua carriera sia dentro che fuori dal ghiaccio. Un tipo che sotto sotto continua a voler essere ribelle senza pensieri, dal fatto di praticare rally sotto mentite spoglie al non dare importanza agli acciacchi che lo fanno alzare storto ogni mattina. Un documentario che trasuda amore per la disciplina e status sociale da persona/famiglia arrivata. Visione consigliata anche per i non amanti dell'hockey su ghiaccio, poiché racconta una storia più ampia.
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