Di: Thomas Stuber
Con: Franz Rogowski (un Filippo Inzaghi con i tatuaggi), Sandra Huller (la bella che non è bella ed ha le gambe storte), Peter Kurth (filosofo della vita con il cappio al collo)
Anno: 2018
Genere: drammatico
All'apparenza scandinavo, in verità tedesco. Un lungometraggio di una profondità infinita e di una fantastica pulizia, sia a livello di messa in scena che di sceneggiatura. Ha tutte le forme di un prodotto firmato Ruben Ostlund, dalle pause all'inquadratura spoglia, e non ha potuto lasciarmi con l'amaro in bocca. Nella sua semplicità e nella sua mancanza di allori riesce a trovare la forza che lo fa elevare.
Christian (Franz Rogowski) è un ragazzo molto chiuso in se stesso e con un passato torbido che non ci verrà mai spiegato bene. Con alle spalle anni di galera e con dei tatuaggi che non riesce a coprire, inizia a lavorare in un magazzino di un supermercato. Timido, parla poco, impacciato, sotto la supervisione del collega Bruno (Peter Kurth) si innamora della collega Marion (Sandra Huller), sposata ma senza prole. Tra addii inaspettati, ricadute sul tunnel di brutte amicizie e capodanni passati in solitaria, alla fine riesce ad avere una specie di riscatto nei confronti di quella società che lo vedeva come un estraneo.
Un termine viene ben sottolineato per tutta la durata del lungometraggio: ripetitività. Si ripete la giornata, la sveglia, la divisa da lavoro, il bancale da alzare, il muletto da caricare, la partita a scacchi, la pausa e il cartellino da timbrare. Quanti di noi hanno ben in mente tutto ciò che viene raccontato in questo film? Molti e Thomas Stuber, grazie all'aiuto di Clemens Meyer, riesce a scrivere un copione che rispecchia alla perfezione un determinato luogo di lavoro. Le pause morte, che nel lavoro di tutti i giorni sono ben presenti, danno una forza a due ore di prodotto che non ti fa mai calare l'attenzione pur essendo lento, ripetitivo e triste. Le comparse e i ruoli secondari danno un'altra spinta, presentandosi per quello che sono: importanti in parte, di contorno e buoni solo in determinati momenti. Un film che deve essere amato e con la sua indipendenza si è portato a casa il maggior premio di sezione all'ultima Berlinale. Un film che cerca di parlare delle nostre vite.
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Con: Franz Rogowski (un Filippo Inzaghi con i tatuaggi), Sandra Huller (la bella che non è bella ed ha le gambe storte), Peter Kurth (filosofo della vita con il cappio al collo)
Anno: 2018
Genere: drammatico
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| Foto tratta da: goethe.de |
All'apparenza scandinavo, in verità tedesco. Un lungometraggio di una profondità infinita e di una fantastica pulizia, sia a livello di messa in scena che di sceneggiatura. Ha tutte le forme di un prodotto firmato Ruben Ostlund, dalle pause all'inquadratura spoglia, e non ha potuto lasciarmi con l'amaro in bocca. Nella sua semplicità e nella sua mancanza di allori riesce a trovare la forza che lo fa elevare.
Christian (Franz Rogowski) è un ragazzo molto chiuso in se stesso e con un passato torbido che non ci verrà mai spiegato bene. Con alle spalle anni di galera e con dei tatuaggi che non riesce a coprire, inizia a lavorare in un magazzino di un supermercato. Timido, parla poco, impacciato, sotto la supervisione del collega Bruno (Peter Kurth) si innamora della collega Marion (Sandra Huller), sposata ma senza prole. Tra addii inaspettati, ricadute sul tunnel di brutte amicizie e capodanni passati in solitaria, alla fine riesce ad avere una specie di riscatto nei confronti di quella società che lo vedeva come un estraneo.
Un termine viene ben sottolineato per tutta la durata del lungometraggio: ripetitività. Si ripete la giornata, la sveglia, la divisa da lavoro, il bancale da alzare, il muletto da caricare, la partita a scacchi, la pausa e il cartellino da timbrare. Quanti di noi hanno ben in mente tutto ciò che viene raccontato in questo film? Molti e Thomas Stuber, grazie all'aiuto di Clemens Meyer, riesce a scrivere un copione che rispecchia alla perfezione un determinato luogo di lavoro. Le pause morte, che nel lavoro di tutti i giorni sono ben presenti, danno una forza a due ore di prodotto che non ti fa mai calare l'attenzione pur essendo lento, ripetitivo e triste. Le comparse e i ruoli secondari danno un'altra spinta, presentandosi per quello che sono: importanti in parte, di contorno e buoni solo in determinati momenti. Un film che deve essere amato e con la sua indipendenza si è portato a casa il maggior premio di sezione all'ultima Berlinale. Un film che cerca di parlare delle nostre vite.
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