Di: Cory Finley
Con: Olivia Cooke (insensibile come un tavolino dell'Ikea), Anya Taylor-Joy (insensibile come un divano di Miliboo), Anton Yelchin (quello che dopo due settimane, nella vita di tutti i giorni, non c'era più)
Anno: 2018
Genere: thriller
Ennesimo lungometraggio che per mancanza di appeal viene presentato in un anno (inizio 2017) ma fatto girare nelle sale in un altro (ben oltre l'inizio del 2018). Con delle protagoniste molto giovani, la Cooke non superava i ventritré quando lo girarono ed era la più anziana, ed un regista (Cory Finley) che ha il volto di un tossicodipendente che fa bolle e fatture, alla prima dietro la macchina da presa, questo thriller pulito ed ordinato si fa adorare nella sua prima parte ma perde di mordente nella seconda, quella decisiva.
Una zona ricca del Connecticut, profondo nord-est degli Stati Uniti. Amanda (Olivia Cooke) sventra il proprio cavallo e la madre decide di mandarla dalla sua vecchia amica Lily (Anya Taylor-Joy), sia per mettere delle fondamenta su un rapporto umano che per una questione di studio. L'ospite non prova alcun sentimento, piange a comandamento e non sembra avere un'etica, a differenza di una padrona di casa pignola, saputella e all'apparenza sensibile. Errore grossolano, caro spettatore, perché quest'ultima si spinge oltre in maniera molto subdola: decide di uccide il patrigno (Paul Sparks), prima con dell'aiuto e successivamente con le sue mani, per poi dare la colpa, in accordo, alla nuova/vecchia (?) amica priva di sentimenti. Un casino. Due pazze. Un casino. Da mandare gli occhi fuori dalle orbita.
La bellezza del lungometraggio consiste in due cose: la clamorosa pulizia messa in scena, basta vedere la foto copertina di questo breve articolo, e le ipnotiche interpretazioni delle due protagoniste, con una che mantiene egregiamente sempre il solito personaggio e l'altra che gioca divinamente su una specie di doppia personalità. Parallelamente la storia non aiuta ad esaltare i due punti detti in precedenza, poiché nel momento in cui si decide di alzare i giri del motore, quindi programmare la morte dell'uomo, la macchina sembra arrancare: il papabile killer non attrae, la scena della cucina trova il tempo che trova ed il finale non sembra essere stato tanto ben studiato. Un lungometraggio che ricorda quei libri che adori fino a pagina cento, quando si introduce la storia, i personaggi e il contesto, ma poi chiudi e metti da parte a pagina duecento perché noti di aver perso attenzione.
=
Con: Olivia Cooke (insensibile come un tavolino dell'Ikea), Anya Taylor-Joy (insensibile come un divano di Miliboo), Anton Yelchin (quello che dopo due settimane, nella vita di tutti i giorni, non c'era più)
Anno: 2018
Genere: thriller
![]() |
| Foto tratta da: variety.com |
Ennesimo lungometraggio che per mancanza di appeal viene presentato in un anno (inizio 2017) ma fatto girare nelle sale in un altro (ben oltre l'inizio del 2018). Con delle protagoniste molto giovani, la Cooke non superava i ventritré quando lo girarono ed era la più anziana, ed un regista (Cory Finley) che ha il volto di un tossicodipendente che fa bolle e fatture, alla prima dietro la macchina da presa, questo thriller pulito ed ordinato si fa adorare nella sua prima parte ma perde di mordente nella seconda, quella decisiva.
Una zona ricca del Connecticut, profondo nord-est degli Stati Uniti. Amanda (Olivia Cooke) sventra il proprio cavallo e la madre decide di mandarla dalla sua vecchia amica Lily (Anya Taylor-Joy), sia per mettere delle fondamenta su un rapporto umano che per una questione di studio. L'ospite non prova alcun sentimento, piange a comandamento e non sembra avere un'etica, a differenza di una padrona di casa pignola, saputella e all'apparenza sensibile. Errore grossolano, caro spettatore, perché quest'ultima si spinge oltre in maniera molto subdola: decide di uccide il patrigno (Paul Sparks), prima con dell'aiuto e successivamente con le sue mani, per poi dare la colpa, in accordo, alla nuova/vecchia (?) amica priva di sentimenti. Un casino. Due pazze. Un casino. Da mandare gli occhi fuori dalle orbita.
La bellezza del lungometraggio consiste in due cose: la clamorosa pulizia messa in scena, basta vedere la foto copertina di questo breve articolo, e le ipnotiche interpretazioni delle due protagoniste, con una che mantiene egregiamente sempre il solito personaggio e l'altra che gioca divinamente su una specie di doppia personalità. Parallelamente la storia non aiuta ad esaltare i due punti detti in precedenza, poiché nel momento in cui si decide di alzare i giri del motore, quindi programmare la morte dell'uomo, la macchina sembra arrancare: il papabile killer non attrae, la scena della cucina trova il tempo che trova ed il finale non sembra essere stato tanto ben studiato. Un lungometraggio che ricorda quei libri che adori fino a pagina cento, quando si introduce la storia, i personaggi e il contesto, ma poi chiudi e metti da parte a pagina duecento perché noti di aver perso attenzione.
=

Commenti
Posta un commento