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Widows

Di: Steve McQueen
Con: Viola Davis (con più muscoli di chi sta scrivendo l'articolo), Michelle Rodriguez (quella che resterà sempre la compagna di Toretto), Colin Farrell (l'età sta passando pure per lui)
Anno: 2018
Genere: thriller

Foto tratta da: screenweek.it
Bisogna essere onesti: di solito siamo abituati, a livello cinematografico e non, vedere fare determinate cose solamente al genere maschile. Potrebbe risultare sessista, per quanto mi riguarda la vedo solo come una cruda realtà, ma vedere questo gruppo di donne organizzare un piano criminale suona leggermente atipico. Non perché non sia possibile, lungi da me dire ciò, ma il mondo c'ha sempre fatto vedere questa realtà come molto strana, utopica, impossibile. Forse è la società che ha lavorato male, non il mio cervello che ha ragionato così per gran parte della prima parte di tale lungometraggio. Perché ho parlato di ciò? Cosa c'entra in fin dei conti con il valore del film? Ti distrae, non riesci a passarci sopra nonostante una purezza di morale.
Chicago, lusso e miseria. Veronica (Viola Davis), Linda (Michelle Rodriguez) e Alice (Elizabeth Debicki) sono tre mogli che rimangono vedove a causa di un colpo andato male da parte dei propri compagni. In verità sarebbero quattro ma la storia prende un'altra direzione, quindi non vorrei spoilerare nulla. Si rimboccano le maniche, hanno il volto innocente delle mogli che hanno sempre chiuso un occhio e diventano delle assetate di criminalità, anche a poche ore dalla morte degli amati. Tra dei candidati per il distretto ed un debito da ripagare, con un continuo scontro di etnie sullo sfondo, finisce a morti, pallottole e pianti.
Ave Steve McQueen, perché? Il piano sequenza con camera posizionata sull'autovettura è un qualcosa che mi ha fatto piangere di gioia, misto al parlato in uscita dall'abitacolo che produceva un contrasto veramente unico. Il lungometraggio è potente, provocatorio, sempre un gioco di etnie, dalla lotta politica al semplice matrimonio misto. Non ho percepito grosse macchie, era anche il primo di questo genere per il regista britannico, e le scene d'azione sono ben fatte, rispecchiano abbastanza bene la realtà. Alcune interpretazioni lasciano il tempo che trovano ma più per gusti personali che per effettiva non bravura, vedi Liam Neeson. Il personaggio di Jatemme Manning (Daniel Kaluuya, l'eterno ladro della serie tv Psychoville) è destinato ad essere ricordato: ispira fiducia ma allo stesso tempo è spietato, interpreta le scene più potenti del lungometraggio, ha un'impronta ben precisa partendo dal vestiario e cova quella differenza razziale che aleggia per tutte e due le ore. Questa quarta opera del regista britannico è come un locale dalla dubbia moralità: all'inizio tentenni, ti poni qualche domanda, ma poi quando ci entri rimpiangi il fatto di aver tentennato.

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