Di: Ettore Scola
Con: Alberto Sordi (l'elegante furbetto che sfonda ruote di Maserati su strade sterrate), Michel Simon (il più tondo degli anziani), Janet Agren (la bellezza inarrivabile)
Anno: 1972
Genere: una drammatica commedia
Fin dai primi istanti in cui approda al castello mi ha ricordato "La grande abbuffata" di Marco Ferreri, anche se con una vena ben più surreale. Da persona ben curiosa sono andato ad informarmi ed il film con Ugo Tognazzi risala al 1973, quindi un anno esatto dopo quello di Ettore Scola. La notevole presenza di attori d'oltralpe è la cosa che accomuna maggiormente i prodotti, oltre ad un'abbuffata più unica che rara.
Alfredo Rossi (Alberto Sordi) è un lombardo adottato e con furbizia porta regolarmente soldi in Svizzera. Un giorno arriva in ritardo, trova la banca chiusa e decide di seguire una bellissima motociclista per strade sterrate, rischiando la vita e la dignità in più riprese. Ad un certo punto, in una strada sterrata in cui forse ci vanno solo le moto da cross, la sua fiammante Maserati lo lascia a piedi. Con finestrino giù e porte aperte, sale su un carretto e viene portato ed accolto in un castello. Tramite l'amorevole ospitalità di quattro non italiani che parlano divinamente l'italiano, la sua morale viene messa a dura prova.
Sia nella fase iniziale che in quella finale il lungometraggio ha forti tinte surreali: l'estremo pedinamento della motociclista e la profetica caduta dal ponte in slow-motion. L'attore romano offre uno dei suoi straordinari personaggi, dove la risata cerca sempre di oltrepassare la morale, concetto espresso divinamente dal regista nella scena finale. Una nutrita schiera di mastodontici attori d'oltralpe, tra tutti un Michel Simon da standing ovation, cercano a più riprese di minare la tranquillità dell'uomo, ma anche in situazioni di difficoltà riesce sempre a vedere il bicchiere mezzo pieno e nascondere la polvere sotto il tappeto. Che poi tutto finisca a tarallucci e vino poco mi importa, una scelta credo fatta più per mantenere il lungometraggio con una forte patina di commedia. Poco più di cento minuti di sagace critica alla mentalità italiana.
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Con: Alberto Sordi (l'elegante furbetto che sfonda ruote di Maserati su strade sterrate), Michel Simon (il più tondo degli anziani), Janet Agren (la bellezza inarrivabile)
Anno: 1972
Genere: una drammatica commedia
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| Foto tratta da: IMCDb.org |
Fin dai primi istanti in cui approda al castello mi ha ricordato "La grande abbuffata" di Marco Ferreri, anche se con una vena ben più surreale. Da persona ben curiosa sono andato ad informarmi ed il film con Ugo Tognazzi risala al 1973, quindi un anno esatto dopo quello di Ettore Scola. La notevole presenza di attori d'oltralpe è la cosa che accomuna maggiormente i prodotti, oltre ad un'abbuffata più unica che rara.
Alfredo Rossi (Alberto Sordi) è un lombardo adottato e con furbizia porta regolarmente soldi in Svizzera. Un giorno arriva in ritardo, trova la banca chiusa e decide di seguire una bellissima motociclista per strade sterrate, rischiando la vita e la dignità in più riprese. Ad un certo punto, in una strada sterrata in cui forse ci vanno solo le moto da cross, la sua fiammante Maserati lo lascia a piedi. Con finestrino giù e porte aperte, sale su un carretto e viene portato ed accolto in un castello. Tramite l'amorevole ospitalità di quattro non italiani che parlano divinamente l'italiano, la sua morale viene messa a dura prova.
Sia nella fase iniziale che in quella finale il lungometraggio ha forti tinte surreali: l'estremo pedinamento della motociclista e la profetica caduta dal ponte in slow-motion. L'attore romano offre uno dei suoi straordinari personaggi, dove la risata cerca sempre di oltrepassare la morale, concetto espresso divinamente dal regista nella scena finale. Una nutrita schiera di mastodontici attori d'oltralpe, tra tutti un Michel Simon da standing ovation, cercano a più riprese di minare la tranquillità dell'uomo, ma anche in situazioni di difficoltà riesce sempre a vedere il bicchiere mezzo pieno e nascondere la polvere sotto il tappeto. Che poi tutto finisca a tarallucci e vino poco mi importa, una scelta credo fatta più per mantenere il lungometraggio con una forte patina di commedia. Poco più di cento minuti di sagace critica alla mentalità italiana.
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