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Ivan's childhood

Di: Andrej Tarkovskij
Con: Nikolaj Burlijaev (cazzimma's boy), Valentin Zubkov (il capitano con il vizio della violenza sessuale o forse no), Valentina Malyaniva (l'infermiera che ha l'aria di una liceale)
Anno: 1962
Genere: drammatico

Foto tratta da: curzonartificialeye.com
Se all'età di trent'anni mi venisse proposta un'opera del genere e mi venisse chiesto di girarla, probabilmente mi fermerei alla decima pagina ed alzerei le mani verso il soffitto. Troppo profonda, troppo cruda, troppo vissuta. E invece è quanto successo ad Andrej Tarkovskij, che come opera prima si è ritrovato a dirigere un lungometraggio di una profondità che nemmeno mio nonno paterno sarebbe in grado di concepire. Si parla sempre di blocco dello scrittore nel momento di creare il secondo romanzo, ma dopo un'opera del genere cosa avrà pensato il regista russo? Indubbiamente, avendo una visione maggiore alla media, avrà fatto spallucce, anzi, probabilmente si sarà cosparso il capo di ceneri perché tale prima uscita "potevo curarla meglio". Il perfezionismo non è amico.
Fronte orientale, russi contro tedeschi. Il dodicenne Ivan (Nikolaj Burlijaev) vive una vita di merda, diciamolo chiaramente, dove l'infanzia non gli è consentita ed opera già come spia oltre le linee nemiche. E' un ragazzino ma parla come un over sessanta con dodici pallottole in corpo, dove il suo sogno di vita normale rimane, appunto, nei sogni che effettua. Probabilmente orfano, sogna la madre in contesti onirici e dove la guerra è una bestia non esistente. La guerra finisce ma prima di trovare una conclusione si porta via anche il giovane protagonista.
Un lungometraggio che analizza l'emotività della guerra e dove i colpi d'arma da fuoco si presentano solo per contestualizzare la storia. Non sarebbero necessari, poiché si percepisce di più la guerra in questi novanta minuti che in decenni di cinema di genere. Con cazzimma e lentiggini in pieno volto, il giovane protagonista mette in riga la morale di tutti, anche se quest'ultimi cercano di trattarlo come un semplice bambino in determinati contesti, forse come metodo d'autodifesa nei confronti di un ragazzino che sembra avere una visuale della guerra ben più nitida della loro. In un contrasto tra la desertificazione causata dalla guerra, sublime la scena in cui l'anziano chiama abitazione una casa che non c'è più, ed un mondo raggiante concepito nei sogni, fantastica la scena dei cavalli con le mele, esplode l'incantevole fotografia di Vadim Yusov. Una fotografia che toglie il fiato, offre sensazioni di colori anche in bianco e nero ed una patina difficile da dimenticare. Un film così profondo che in molti vorrebbero fare prima di morire, mentre questo portento riuscì a farlo alla ridicola età di trent'anni. Come fare una rabona all'età di sette mesi.

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