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Rotaie

Di: Mario Camerini
Con: Maurizio D'Ancora (il giovane marito con sguardo perennemente irrequieto), Kathe Von Nagy (la giovane sposa che cambia espressione solo nei minuti finali), Daniele Crespi (il furbo)
Anno: 1929
Genere: drammatico

Foto tratta da: cronacheponentine.com
Nell'anno della grande depressione, Mario Camerini dirige un film che sgronda tristezza da tutti i pori e per tutta la sua durata. Anche il finale, dove l'amore sembra avere la meglio su tutte le malefatte donate dalla vita, è pregno di quella tristezza che aleggia in mezzo a noi, principalmente a causa della condizione sociale, anche se ci alziamo ed andiamo a dormire con il sorriso stampato in volto.
In qualche città italiana due giovani sposi si rifugiano in un piccolo hotel. La ricerca sul web ci dice a causa di un matrimonio non approvato dalle famiglie, ma questo a noi non è dato saperlo. Essendo alla canna del gas, non hanno nemmeno i soldi per mangiare, figuratevi per pagare l'hotel, decidono di farla finita quella notte stessa ingerendo del veleno. Un treno passa di fronte alla stanza, fa cadere il bicchiere con il veleno all'interno e quindi decidono di andare in stazione, ovviamente senza pagare la stanza. L'ho letta come una voglia di buttarsi sotto un treno, forse è vero o forse no, comunque incappano nella caduta di un portafoglio pieno di soldi dalla tasca di un signore dall'età avanzata. Scordandosi in breve tempo del buonsenso decidono di tenerselo, facendo tutto quello che non gli è permesso di fare: prendere il treno, andare in un posto x, fare i nababbi in un hotel e perdere tutto al gioco d'azzardo. Lei (Kathe Von Nagy), per parare il sedere al marito, si vende ad un altro uomo (Daniele Crespi). Nel momento della copulazione si tira indietro, reclama un amore per suo marito (Maurizio D'Ancora), quest'ultimo è dello stesso parere e prendono la loro strada verso la povertà mano nella mano. Il giovane marito troverà lavoro in una catena di montaggio.
Come ho detto al mio giovane nipote, che non capiva il motivo per cui suo zio stava guardando "una palla allucinante", la cosa che mi stupisce maggiormente di film così datati è la differenza della visione cinematografica. Sono passati novant'anni ma sembrano essere due periodi storici ben più distanti, dove nel 1929 si riusciva a produrre interessanti film analizzando il minimo dettaglio e nel 2019 è già tanto se un riassunto di un film come quello di cui sto parlando riesce ad andare oltre i tre minuti di durata. Non si può negare che la distanza storica sia in grado di provocare della noia, siamo cresciuti con un cinema totalmente differente in ritmo e visione, ma bisogna anche riconoscere la bellezza dell'analisi che era presente all'epoca. Un cinema più reale, più vivo, più umano. Detto ciò, la visione della scena finale è per gente non suscettibile. Non tanto per la crudeltà, è una scena di allattamento, ma per il fatto che la donna sembra un uomo molto simile ad André The Giant.

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