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Pericle il nero

Di: Stefano Mondini
Con: Riccardo Scamarcio (codino accennato, visibile dai lati ma non se ci parli faccia a faccia), Marina Fois (quella che legge libri di fronte al luogo di lavoro a giornata lavorativa conclusa), Gigio Morra (il boss dal cuore d'oro, come il conte in banca)
Anno: 2016
Genere: drammatico

Foto tratta da: spietati.it
L'inizio colpisce nel segno, perché ti immagini un gradasso con la faccia dell'attore pugliese che pompa in maniera smisurata il proprio ego. "Mi chiamo Pericle e di mestiere faccio il culo alla gente". Un pelo esagerato, no? Chi sei tu, che fai il culo alla gente, per giudicare come fai effettivamente il tuo lavoro? Che gradasso, direte. La verità è che non risulta essere un modo di dire, per pompare il proprio ego, poiché il protagonista fa proprio il culo alla gente. Con un sacchetto di sabbia li tramortisce, poi cala i pantaloni, suoi e della vittima, per finire con l'inserimento del proprio pene nel deretano del malcapitato. La cosa che fa ancora più ridere, è che lo fa per un boss della Camorra. La mafia viene con le pistole, ma a quanto pare, in Belgio, anche con il pene di fuori e bello retto.
Liegi, Belgio, sobborghi. Pericle Scalzone (Riccardo Scamarcio) è un solitario abbastanza problematico, nel senso che ha idee strane e parla veramente poco, però ha trovato nel lavoro di incaprettatore una ragione per mantenersi in vita. Senza emozioni, dal pentito alla pornodiva, colpisce i deretani altrui. Un giorno, prima di colpire l'ennesima vittima, viene visto da tale Signorinella (Maria Luisa Antella) ed ha la brillante idea di colpire, solo con il sacchetto pieno di sabbia, anche quest'ultima. Per sua sfortuna, la vecchia risulta essere la sorella del boss nemico del boss per cui lavora lui. Scappa, fugge, finisce a Calais, dove trova in Anastasia (Marina Fois) una possibile via di uscita dalla vita che ha sempre vissuto, ma poi torna a casa per fare il culo al suo boss Don Luigi (Gigio Morra). Non è un Leonardo Da Vinci contemporaneo, sembra essere sempre un passo indietro, e vuole far finire tutto a tarallucci e vino cercando una vita che non ha mai vissuto.
Pur con la storia delle ingroppate, tale lungometraggio è di una profondità, non alludo al doppio senso, più che rimarchevole. Lasciando da parte la facile ironia, Stefano Mondini riesce a portare sul grande schermo una storia di dolore personale contornata da quell'aura di criminalità organizzata che anche se non ci fosse stata non sarebbe cambiato nulla. Riccardo Scamarcio offre uno dei migliori ruoli della sua carriera, e riesce a dare al personaggio quel misto di nascosta schizofrenia, pensi sempre che da un momento all'altro uccida un gatto, e malinconia di vivere una vita vuota e senza senso. Ci viene mostrata una Calais spoglia, come la vita del protagonista, ma si perde nel finale quando abbandona questa visione e cerca di tirare le linee della vita del protagonista. Fosse rimasto sul vago, su quel lato prettamente emotivo e personale, sarebbe stato un prodotto da portare ben più in alto di dove è arrivato.

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