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The brand new testament

Di: Jaco Van Dormael
Con: Benoit Poelvoorde (un creatore informatico ed in vestaglia), Catherine Deneuve (quella che si ingroppa un gorilla), Yolanda Moreau (la moglie del creatore informatico, inspiegabilmente appassionata di baseball)
Anno: 2015
Genere: commedia

Foto tratta da: bfi.org.uk
Scherzare sulla creazione del tutto è una delle cose che apprezzo fare di più in questa misera vita che mi è stata donata. Quindi, un lungometraggio del genere poteva solamente catturare la mia attenzione. Un’attenzione che mi è stata donata tramite il computer presente nel film? Tra stanze dall’altezza indecifrabile a lavatrici mal progettate, dal rapporto sessuale con dei gorilla alla possibilità di sparare in parchi affollati, in questa quarta regia il regista belga cerca di saltare un fosso di svariati chilometri.
Dio (Benoit Poelvoorde) esiste e vive in un modesto appartamento a Bruxelles, con una moglie (Yolanda Moreau) servizievole, un figlio dimenticato ed una figlia (Pili Groyne) ribelle. Tramite un computer sito in una stanza con infiniti cassetti, ha creato il mondo e tutto quello che gli è andato dietro. Un giorno la figlia sabota il computer, fa sapere a tutto il mondo la data di morte e lascia l’appartamento tramite la lavatrice, uscendo così per la prima volta dall’appartamento. Il padre si trova costretto a seguirla una volta scoperto il torto, anche lui uscendo per la prima volta dall’appartamento. La piccola cerca sei apostoli, fa le sue cose, cammina nell’acqua, riesce nell’impresa a la madre cambia la gravità, fa ingravidare gli uomini e manda il marito a lavorare in fabbrica.
Surreale, come doveva essere. Parte alla grande, donandoci uno scenario preciso e che strappa ironia ad ogni stacco di inquadratura. Poelvoorde offre alla perfezione l’immaginario di un Dio stupido, sadico, giocherellone e frustrato. L’idea della camera in cui governa tutto tramite un vecchio computer colpisce nel segno, come il fatto di parlare di squadre di hockey su ghiaccio e baseball collegandole con il concetto degli apostoli. Il lungometraggio inizia a perdere di grip, cambiando fisionomia, quando vuole guardare il mondo e non solo l’appartamento. Diventa una poltiglia di gente grottesca, estrema, salvata dall’arrivo della ragazzina uscita dalla lavatrice. Il messaggio di morte ha cambiato molte persone ed il regista, anche sceneggiatore, ce lo fa pesare e non poco. Resta un bel prodotto, godevole, ma con due identità ben definite: pieno di satira da una parte e pieno di consapevolezza dall’altra. Un lavoro che doveva dire troppo e un po’ si è perso. Oltretutto, dovete spiegarmi come hanno fatto ad entrare nell’appartamento senza mai essersi rapportati con il mondo? Dov’è il contratto d’affitto? Come versano la rata mensile? Domande che non avranno mai una risposta.

= tendente al +

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