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The fisher king

Di: Terry Gilliam
Con: Jeff Bridges (il deejay dalla voce sensuale e pericolosa), Mercedes Ruehl (l'eccentrica proprietaria di una videoteca anche a sfondo porno), Robin Williams (colui che vede cavalli rossi infuocati)
Anno: 1991
Genere: gilliamiano

Foto tratta da: movie-tourist.blogspot.com
Il primo pensiero dopo venti minuti di girato? "Dannazione, siamo a Gotham". Ero tutto contento, mi sembrava veramente di vedere Gotham. In verità sembra Gotham ma non è Gotham. Spieghiamoci. Anche se meno tetra, il regista del Minnesota crea un immaginario ben preciso della città in cui ambienta tale film: quasi irreale, magica, misteriosa e nascosta ai più. Il problema è che tale scenario non dura molto, lasciando spazio ad una classica visione di New York. La trita e ritrita grande mela.
Jack Lucas (Jeff Bridges) è un famoso e ricco speaker radiofonico mattutino. La sua profonda voce è come la voce del Signore per gli ascoltatori, pendono tutti dalle sua labbra, ma un giorno si ritrova a fare i conti con il peggior incubo possibile: un ascoltatore ha travisato le sue parole ed ha aperto il fuoco in un bar. Lo speaker cade in un vortice di depressione, alcool e serate con barboni. Nemmeno la farfalla profumata di Anne Napolitano (Mercedes Ruehl) sembra dargli scampo. Tra i barboni incontra Perry [ex Terry] (Robin Williams), uno che vede cavalli infuocati a bordo strada e dice di cercare l'eletto per non si capisce bene cosa. La verità è un'altra, sua morte morì nell'attentato al bar, quindi lo speaker vede in lui una via per trovare la redenzione. Aiutandolo in una nuova storia d'amore con la disastrosa zitella Lydia Sinclair (Amanda Plummer), si purifica la coscienza. Forse.
Pur finendo con troppa facilità a tarallucci e vino, cosa che mi lascia all'interno una violenza non espressa vista la mia esemplare educazione, l'eccentrico regista riesce a creare una favola abbastanza piacevole. Come tutti i lungometraggi di Terry Gilliam, anche questo deve scontrarsi con la troppa creatività del creatore. Troppa carne al fuoco, troppo contorno, troppo pompaggio, troppo di tutto. E' come lanciare una palla al cane tramite le mani di un anziano che prende la pensione da venticinque anni. Il cane sarebbe la creatività del regista, mentre l'anziano i mezzi per metterla in scena tale creatività. Tutta questa stupida pippa per dire che il film si perde in se stesso, come il sottoscritto durante questa recensione. La chiudo così, a random.

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