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Cochinando

 Viviamo in un'epoca particolare, l'unica che molti conoscono a dire la verità, dove si può possedere tutto e niente. Il tutto è derivato dall'effettiva possibilità di averle quelle determinate cose, mentre il niente viene rappresentato dall'incapacità di gustarsele quelle determinate cose. Non è sempre così, altrimenti la gente si lancerebbe giù da un ponte con maggior frequenza di quella attuale, ma l'incapacità di apprezzare ciò che si può possedere sembra essere una grande piaga.

Questo futile ed allo stesso tempo profondo pensiero mi è salito alla mente durante la visione dell'intervista di Cochi Ponzoni per il format Tintoria.

Cochi a Tintoria, vivo e vegeto

In questo determinato caso, il termine possedere lo possiamo utilizzare in modo scorretto, forzato, fuorviante: la capacità dell'essere umano di avere accesso al sapere con estrema facilità. Il sapere lo possiamo considerare come un oggetto, sbagliando forse, e nel 2024 le pareti delle case sgrondano intonaco di sapere. Un sapere vario, troppo vario, un problema. Molte volte futile, estemporaneo, quindi dannoso per il concetto del sapere stesso. Questa incapacità di apprezzare il sapere, rispettarlo, proprio perché il sapere sarà pure un oggetto ma quando tutto si può possedere diventa quasi disprezzato. Una situazione che ci porta a vedere la realtà con sguardo errato, capzioso, stupido. Quindi, seduti di fronte ad uno schermo, la storica logorrea di Cochi può risultare tediosa. E' la società moderna, del volere ed avere tutto, che inconsapevolmente ci porta a pensare ciò. La si apprezza, la si ama, ma proprio per questa inconsapevolezza sabotatrice la si svaluta, deprezza, ridicolizza. Si sbaglia ad avere pensieri simili, lo sappiamo, ma sembra essere entrato nel nostro modus operandi giornaliero l'incapacità di donare il giusto valore al tempo. Fermarsi, ascoltare, apprezzare ciò che viene raccontato. Il sapere sarà pure un oggetto da possedere ma il sapere richiede tempo e dedizione, un qualcosa che non sembra combaciare con il veloce scorrere della modernità.

Cochi Ponzoni racconta tanto, aneddoti di contorno e trasmette puro amore per ciò che ha fatto. Il legame con determinate persone, i ricordi che tornano a galla e corrono come possono correre se in uscita da una mente che ha vissuto otto decenni. Non serve la domanda, non serve la strizzata d'occhio, il voler parlare è naturale. Questa naturalezza, non finta, che stona con quello che ci propone lo schermo con estrema regolarità. C'è solo da ringraziare le persone che fanno questo, mettendo sul tavolo le loro esperienze per quelle che sono e sono state. Ormai passiamo le settimane ad aspettare che il Gianluca Gazzoli di turno ci doni l'ennesima/o intervista/confessionale della persona famosa di turno, dove viene raccontato tutto e niente. Come in tutti i settori in cui dilaga l'abbondanza, si tende a perdere di vista la base, le fondamenta, il sapore di sapere. 

Ma chi è Cochi? Classe 1941, verrà ricordato per il suo sodalizio con Renato Pozzetto. Figura decisamente meno popolare di altri storici amici, da Enzo Jannacci a Piero Manzoni, è apparso in una delle migliori commedie del cinema italiano: Il marchese del grillo di Mario Monicelli. Di certo un personaggio di contorno ma che in questo contorno, come molti altri, ha potuto vedere ed assorbire.

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