Dannazione, oggi voglio scrivere. Mi sento un fiume in piena, vedremo se sarò in grado di portare a termine tale pezzo. Un fiume, il Brenta che passa sotto casa, perché sono andato a vedere l'ultimo di Yorgos Lanthimos e voglio dire la mia su tutto: sul film, su come si esprime e su che tipo di pensili ha comprato per la cucina. Tutto, caro Yorgos, forse rivelerò pure il tuo IBAN, attento.
Cavalcando una specie di serietà, vediamo un attimo di fare mente locale. Per quale motivo scrivere un pezzo su un personaggio così tanto chiacchierato? Qualcosa su di lui lo stanno dicendo pure i muri, contando che valgo meno di quest'ultimi potete capire che il fiume è proprio in piena. L'esigenza di scrivere nasce dal semplice fatto che è un regista che smuove sentimenti, perché in grado di aver aperto una nuova visione di cinema. Un cinema che fino all'altro ieri credevo maturo ma ora, parere personale, reputo ancora acerbo per quello che vuole raggiungere. Questa voglia di cambiare registro, portare la sua visione ad un pubblico più ampio e pregno di porte da aprire. Sembra un ragionamento da borioso, dopotutto chi sono che sto battendo a tastiera mentre lui fa girare milioni da dietro una cinepresa, però lo spettatore di base si fa smuovere da sentimenti ed è pure giusto che vengano esposti, sia che abbiano le sembianze della positività o meno. Parlo di un cinema acerbo esagerando il concetto, però andiamo a step, come è giusto che sia. Cerchiamo di capirci.
Tralasciando Kinetta, un vero e proprio esperimento fin troppo complicato e di difficile assimilazione, credo sia giusto far partire la filmografia del greco dal film successivo. Un'opera prima che faceva intuire una mente pura e con uno sguardo alternativo, con la voglia di aprire una porta cinematografica, forse altezzosa nella sua complessità e con la voglia di impattare troppo in modo del tutto personale, quasi in barba allo spettatore. Ceffo in faccia, passano anni e arriva il primo cult: Doogtooth. Direi il suo film più reale, perché quanto si vede potrebbe succedere nella vita di tutti i giorni, ma con il senno di poi anche il suo più debole. Mi spiego: con l'avanzamento della sua filmografia, è stato in grado di creare delle storie così irreali ma esposte così bene da farti pensare, avere paura che potessero essere reali. Una linea molto sottile, dove l'esasperazione della paura ti colpisce perennemente al ventre. Quindi, in una seconda opera in cui sembra probabile possa succedere qualcosa di simile, sembra quasi che il fine della sua poetica non avesse ancora attecchito. E' un discorso quasi frivolo, puntiglioso, probabilmente esposto male da chi sta scrivendo, certo. Se è arrivato bene, altrimenti proseguire.
Poi arriva Alps, che per chi scrive poteva essere il suo grande capolavoro ma forse verrà ricordato come il suo grande rimpianto. Non ho avuto la fortuna di guardarlo nell'anno di uscita, però se l'avessi fatto mi sarebbe esplosa la testa, non per la paura ma per l'estasi. La prima storia di puro delirio, nel senso più positivo del termine, dove viene esposto qualcosa di palesemente irreale ma con questa patina di possibilissimo realismo. Un flip mentale, difficile da gestire e metabolizzare. Il problema è che lo fu anche per il regista, questo traspare, non essendo ben amalgamato ed andando ad ondate. Tanto delirio, difficile da gestire, come nel successivo The Lobster. Qua andiamo più sull'irreale, è come un'esagerazione del concetto lanthimosiano per cui le grandi paure dell'essere umano possono diventare reali, però non colpisce fino al midollo. E' come se il regista si avvicinasse a piccoli passi verso il definitivo capolavoro, infatti nel successivo Il sacrificio del cervo sacro ci è andato veramente ad un passo. Film poeticamente delirante, completato con la voglia di vedere il successivo tassello.
E qua cade il pero, perché il regista cambia completamente registro.
Con La favorita tiene questa sua visione straniante della realtà ma toglie quasi completamente la linea tra irreale e reale. Si avvicina di più alla realtà, cercando di allargare il proprio bacino d'utenza e colpendo nel centro. Lo reputo il suo film più riuscito, pur andando contro a quel modo di fare per cui l'avevo tanto ammirato. Il fatto è che lo fa bene, proponendo questi grandangoli immergendo a pieno lo spettatore. Di solito il film in costume tende a pesare, sembrano quasi tutti uguali, lui è in grado di passare oltre il concetto e farti pensare ad altro. Poi sembra che nessun/nessuna attore/attrice sia in grado di steccare un film con lui alla regia, quindi vuol dire che è pure distinto nella gestione del cast. Oltre a ciò, si presente un chiaro lato comico che nei precedenti film non c'era. Velato, nascosto, ma non così ben dichiarato. Stupisce, almeno per chi sta scrivendo queste futili righe. Così, con questi sentimenti contrastanti di un Lanthimos in evoluzione, avevo paura di Povere creature.
Così è stato. Sia chiaro: non stiamo parlando di un brutto film, non stiamo parlando di un brutto film, non stiamo parlando di un brutto film. Per nulla, però è meglio sottolinearlo più volte. Se avete seguito il discorso fino a questo momento, potete intuire perché è un film che può delure chi ha una visione ben precisa del regista in questione. Più che lo step atteso dopo il film del 2017, è il tassello definitivo con cui il greco dichiara al mondo di voler cambiare completamente registro. Potete immaginare la tristezza per chi scrive. La componente comica diventa parte fondamentale, mentre l'irreale non gioca più con la realtà stuzzicandoti un'inconscia paura. L'irreale diventa qualcosa anche su cui riderci sopra, ragionarci in modo differente rispetto al passato, come se il regista volesse dirti: "Ok, ora ho 50 anni, non ragiono più solo con del pessimismo sulle dinamiche della vita e voglio esprimersi pure con del positivismo". Ci sta, bisogna solo metabolizzarlo ed adeguarsi a questa nuova faccia di una stessa medaglia. Ho fatto fatica, almeno alla prima visione, per questo motivo l'ho trovato stilisticamente un grande film ma che non è stato in grado di saziare la mia fame.
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